Nella versione di Valter Lavitola restano ancora troppi elementi che non tornano. Contraddizioni e zone d’ombra che hanno portato la Procura a non credere al movente indicato fin dal primo interrogatorio dall’ex direttore dell’Avanti: quello secondo cui l’attentato sarebbe servito esclusivamente a ottenere un rafforzamento della scorta dell’amico Sigfrido Ranucci.
La convinzione degli inquirenti è diversa: il movente avrebbe una natura politica e sarebbe legato anche al sondaggio che contemplava Ranucci come possibile candidato premier del campo largo. Un punto sul quale, però, Lavitola continua a tacere. Anzi, lo esclude. Nemmeno nelle dichiarazioni spontanee rese ieri durante l’udienza davanti al Tribunale del Riesame ha fatto alcun riferimento al sondaggio e al progetto politico che gli investigatori considerano invece uno dei passaggi centrali per comprendere ciò che sarebbe accaduto dopo. Ed è proprio questa ferrea volontà di Lavitola di escludere quel passaggio a rendere necessario tornare su un elemento tutt’altro che marginale: Ranucci non era estraneo all’esistenza di quel progetto e, soprattutto, a modo suo lo supportava. Ciò nonostante ci sono le dichiarazioni dei difensori di Valter, Sergio e Arturo Cola, che descrivono, addirittura, un Ranucci irritato all’idea che il faccendiere portava avanti, ritenendo «insussistente il movente politico che la Procura di Roma ipotizza. In base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi ed entrare in politica. Anzi Ranucci si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l’argomento».
Un elemento però, che non trova riscontro nelle carte finora in possesso dei cronisti. Questo perché, come si evince chiaramente dall’ordinanza di custodia cautelare, il conduttore aveva visionato il sondaggio, nel quale comparivano riferimenti a una figura proveniente dal mondo della televisione, e soprattutto era intervenuto direttamente sul documento, correggendone alcuni passaggi. Perché non fermare fin da subito l’amico? E perché contribuire, anche se in parte, a fornirgli le proprie impressioni, modificando domande e punti del sondaggio?
Ed è in quest’ottica che vengono richiamati anche i due mesi di telefonate che Lavitola avrebbe effettuato dopo l’attentato, tra ottobre e dicembre, per sollecitare un rafforzamento della protezione nei confronti del giornalista. Ma, secondo i legali «quelle chiamate non hanno nulla a che vedere con un presunto progetto politico. L’eventuale aumento di notorietà di Ranucci era già avvenuto e da quel momento l’unico scopo era garantirne la sicurezza». Siamo però davanti a un evidente controsenso: se Lavitola era consapevole di essere stato il mandante di un’azione dinamitarda, come poteva, a bomba già deflagrata, temere per un attentato da lui stesso inscenato? Diversi, inoltre, i tentativi di avvisarlo: «È certo che Ranucci avesse saputo di questo pericolo comunicatogli da Lavitola già a marzo del 2026. Quindi, pur non volendo credere a ciò che ha riferito Lavitola durante il suo interrogatorio di garanzia, il dottor Autieri (collaboratore di Report ndr), sentito dalla Procura, ha riferito che lui e Ranucci erano stati avvisati di questo attentato di matrice israeliana. E siamo in un’epoca non sospetta», dice Arturo Cola, riferendosi a un momento delle indagini in cui né gli esecutori materiali erano stati individuati, né c’era alcun nome che potesse rimandare al faccendiere. Il nodo, però, sollevato anche da Cola senior resta il perché gli inquirenti non siano mai stati messi al corrente di questi particolari non irrilevanti. Anche alla luce del rinnovato sospetto, espresso da Lavitola, che l’amico potesse aver capito. E, intanto, in serata arriva la notizia dell’iscrizione di Ranucci nel registro degli indagati per diffamazione contro il deputato di Fratelli d’Italia, Gerolamo (Gimmi) Cangiano: era stato uno dei nomi indicati dal conduttore come potenzialmente collegato all’attentato. E ora il fascicolo potrebbe essere acquisito dalla Procura di Roma
