Oreste, quando il cinema è una vera malattia

Il pittore scenografo Quercioli, mito di Cinecittà, per l’ultimo film ha rimediato un tumore «Ho dato la vita per questo mondo ma sono stato abbandonato»

Michela Giachetta

C’era una volta la storia del cinema. C’era una volta, e c’è ancora, chi quella storia del cinema può raccontarla. Perché l’ha vissuta, scritta, soprattutto decorata. Oreste Quercioli le storie del cinema le ha raccontate attraverso muri, divani, pareti, corridoi. È un pittore scenografo e lui stesso si descrive così: «Operaio artigiano, costruisco la scena». O la inventa. Quando Vittorio De Sica, sul set di «Montecarlo», vuole fare qualche ripresa al tramonto, con il mare rosso, ma non riesce mai a «beccare» il momento giusto, ecco che si rivolge a lui: «Non è che ti puoi inventare qualcosa?». E Quercioli prende un centinaio di taniche di benzina, ci mette dentro un po’ di colore e poi lo butta in mare con un motorino, per farlo ribollire. Ed eccolo lì il tramonto rosso sul mare, bell’e servito.
Oreste è tra i «padri» delle scene moderne. «Sono figlio d’arte - ci tiene a precisare Quercioli, 80 anni, romano da ben diciassette generazioni -. Quando non andavo a scuola, mio padre mi portava con sé sul set». Erano gli anni de «La cena delle beffe», «La corona di ferro», erano gli inizi del cinema italiano. «E io giravo con la mia bicicletta fra un posto e l’altro di Cinecittà, portando colori, tele ai pittori che stavano lavorando». Poi arriva la guerra, molti operai sono costretti al fronte. E Oreste comincia a essere chiamato non solo per portare i pennelli, ma per lavorare da operaio vero. Il primo set è del 1943: «Desiderio», il film e Roberto Rossellini il regista. «Lì ho conosciuto Massimo Girotti, attore che ho poi ritrovato 60 anni dopo sul set di “Cuore Sacro” di Ferzan Ozpetek - ricorda Quercioli -. Durante quel film Girotti è morto e tutti abbiamo perso un grande attore».
In quei 60 anni Oreste ha decorato le scene di 211 film, ha girato 46 Paesi, incontrato alcuni dei più importanti registi italiani. «Il Gattopardo» di Visconti? Lui c’era. «Ladri di biciclette», di De Sica o «Pane amore e Fantasia» di Dino Risi? Pure. «C’era una volta in America» di Sergio Leone? Anche. Gli stucchi, gli ori, i colonnati, le pareti invecchiate dal tempo, un chiavistello forzato, la polvere nelle sale, un vetro reso opaco dal caldo o bagnato dalla pioggia: sono tutte cose che competono a un pittore di scena e per quei film e per molti altri erano «opere sue». Se questi particolari non sono credibili, se un set d’epoca non si lascia attraversare dallo sguardo convinto dello spettatore che deve immaginare di essere lì, in quella stanza, anche il più grande regista troverà difficile rendersi credibile.
Ma poi ci sono quelli che Quercioli chiama «i pericoli del mestiere», ovvero rischiare la vita sul lavoro. L’ultimo pericolo Oreste l’ha corso sul set di «Cuore Sacro», di Ozpetek, «uno bravo, che sa trattare con tecnici e operai». Bisogna ricostruire l’interno del palazzo di famiglia della protagonista e poi quella stanza piena di polvere. «Abbiamo usato cemento, borotalco industriale, terra d’ombra bruciata e nero ossido, tutti materiali altamente nocivi», racconta Quercioli, che in quella stanza ha praticamente vissuto una settimana, «respirando quelle polveri». E sul set comincia a tossire, a respirare male. Arriva a sputare sangue. Ma continua a lavorare. Fino a che il respiro non gli si mozza in gola. Viene ricoverato d’urgenza. Tumore è il verdetto. Gli portano via un pezzo di polmone.
Oreste allora si rivolge al produttore del film e all’assicurazione collegata: chiede un risarcimento per le giornate di lavoro perse. Gli rispondono picche. Quando gli rispondono. Decide di rivolgersi a un avvocato: «È assurdo - dice - che in un mondo come quello dove circolano tanti soldi non si abbia il buon cuore di aiutare chi per quel mondo ha speso gran parte della propria vita». Ma il cinema insegna. Non tutte le storie hanno un lieto fine.