Peter Taylor, la commedia umana di un narratore cult perso nell’oblio

Peter Taylor è considerato uno dei maggiori scrittori americani. Amato da critica e pubblico, in Italia non ha mai avuto il successo che merita. Un’inspiegabile lacuna, anche accademica oltre che editoriale, nei confronti di un’artista, nato nel 1917 a Nashville, che ha profondamente influenzato la cultura narrativa statunitense. A colmare in parte questo vuoto è ora una nuova edizione del suo romanzo più famoso Ritorno a Memphis (Corbaccio, pagg. 206, euro 16,60), vincitore nel 1987 del Premio Pulitzer. In realtà il libro era già stato pubblicato in Italia da Giano editore nel 2006 ma, come la raccolta L’antica foresta e altri racconti (edizioni e/o, 1992), è stato ignorato. I motivi sono inspiegabili perché Peter Taylor è un autore dalla prosa molto raffinata ma al contempo non scoraggia anche chi ama i romanzi più pop. Perché, oltre allo stile, è impossibile sfuggire a una trama che, come ha scritto la temutissima critica del New York Times Michiko Kakutani, «ci lascia con la sensazione non solo di conoscere realmente i personaggi che la animano, ma anche di condividerne le più intime verità».
Ed è appunto una storia intima, forse la più intima, quella che racconta Taylor: il rapporto tra un figlio, antiquario newyorchese che ha abbandonato da vent’anni Memphis, e un padre ottuagenario che ha deciso da un giorno all’altro di sposare una giovanissima amante. Da qui una commedia umana coinvolgente e al contempo amara: una riflessione sull’esistenza e sul passato, sui fantasmi che tutti ci lasciamo alle spalle, su rapporti familiari spesso ingabbiati dalle esteriorità sociali. Perché Taylor, come ha avuto modo di sottolineare anche il grande John Updike, «con tono colloquiale e garbato, mette in discussione le fondamenta stesse proprio del contratto sociale». Raccontando il Sud suburbano americano, «una cultura fluviale legata al cotone», Taylor fotografa i personaggi della borghesia nel momento stesso in cui cercano ancora un posto definitivo nella società. Attraverso la storia della propria famiglia, che Taylor ripercorre in un flashback che è il centro del romanzo, veniamo letteralmente coinvolti dalla musica della vita. Con le sue battaglie, le sue fortune, i suoi sradicamenti, non solo geografici. Da grande maestro della narrazione Taylor riesce non solo a scandire il tempo della narrazione ma persino quello della lettura: il che è un autentico miracolo. Taylor ci restituisce le atmosfere di una «Valle dell’Eden» postmoderna. Non importa che dietro l’apparente Paradiso delle formalità e dei sorrisi si nasconda spesso un baratro esistenziale. Mai fuori posto, sempre tra le righe, pur mantenendo intatta una contestazione che non è mai solo provocatoria.
Il quadretto familiare che ne esce è a dir poco eccentrico: attraverso gli occhi del figlio antiquario scopriamo un padre più Bourbon che burbero, più incapace di amare che essere amato, e due sorelle che sono tra la Zia Mamy di Patrick Dennis e le zie dei Simpsons. Senza diventare caricature da cartoni animati tutti i protagonisti ci rendono complici della loro esistenza. E in particolare il rapporto più toccante, oltre quello filiale, è l’amore del protagonista con Holly. Come quando Taylor scrive: «Ho la fantasia che quando saremo troppo vecchi con i capelli grigi e le mani che tremano, continueremo a vagare tra le nostre carte e i nostri libri fino a quando un giorno d’inverno il crepuscolo si incupirà fino all’oscurità. Non saremo morti, mi immagino. Perché siamo sempre stati vivi quel tanto da avere la forza di morire».
Una storia d’amore che ricorda molto da vicino il matrimonio dello scrittore, scomparso nel 1994, con la poetessa Eleanor Ross: la più longeva artista in rima americana che nel 1998 fece notizia in tutto il mondo vincendo, oltre novantenne, i 100mila dollari di un Premio letterario.