Il francescano sia forte, non sottomesso

Se quella di papa Francesco sia stata una buona scelta sarà il tempo a dirlo. Certo a non lasciare tranquilli è un cardinale del pensiero come Massimo Cacciari che alla vigilia della designazione di monsignor Mario Delpini ad arcivescovo di Milano, con tratto curiale spiegava a Repubblica quanto sarà difficile sostituire un raffinato teologo come Angelo Scola. «Non basta il pastore misericordioso e attento ai drammi e alla sofferenza: occorre un uomo di grandi visioni che capisca la drammaticità dei problemi che vanno affrontati con il necessario disincanto». Lucida autopsia della messa cantata che sta accompagnando l'arrivo di Delpini con tutto il corredo di bicicletta con cui va in arcivescovado, residenza nella Casa del clero per i sacerdoti anziani, francescanesimo, avversione per social network e preti manager.

Un armamentario molto di moda nell'era Bergoglio, ma che si dovrà misurare con la complessità della Diocesi Ambrosiana: non solo la più grande del mondo con 1.100 parrocchie e 6 milioni di anime, ma anche quella squassata dall'urto della crisi economica e dall'immigrazione che ne fa la Lampedusa d'Italia. «Io sono un impiegato, se penso alla complessità della Chiesa di Milano e della diocesi, credo che ci vorrebbe un vescovo carismatico e trascinatore. Invece io mi sento impreparato di fronte all'eredità eccezionale dei miei predecessori». Parole di rito, si dirà, di chi ha invece ben chiaro come guidare il suo gregge.

Esulta don Colmegna per il trionfo della «Chiesa povera per i poveri proposta da Papa Francesco», ma forse Milano avrebbe bisogno di una chiesa forte, capace di affrontare sfide epocali. Perché essere francescani è anche comporre la Summa theologiae di Bonaventura da Bagnoregio e non, come Delpini, prostrarsi già «alla presenza di tanti migranti con tradizioni religiose e culturali diverse», perché «sono loro i cittadini del futuro». I cittadini del futuro a Milano si spera siano ancora i milanesi.