Giachetti si prende la colpa: "Una sconfitta mia"

Il candidato dem si immola per difendere il premier. Ma nel Pd è già partita la resa dei conti

Roma - Il renziano Roberto Giachetti ha voluto, come prima cosa, ringraziare il suo partito e proteggere il suo mentore. Non per il sostegno (quel tipo di ringraziamento è scontato), ma per avergli, il partito, - e sono parole sue - «concesso di avere mani libere» sul tipo di campagna elettorale da portare avanti, sugli uomini e sul programma. E infatti le sue prime parole sono state un sintomatico mea culpa. «Questa sconfitta - ha detto scendendo a parlare con i giornalisti riuniti in un comitato elettorale insospettabilmente poco affollato - è mia. Mi appartiene». Giachetti, insomma, si assume tutte le responsabilità. Come a dire: ora non prendetevela con Renzi. Sono io che ho perso; sono io che sono stato sconfitto. Un gesto nobile il suo. Fare da scudo umano per salvare il premier-segretario. «Ora c'è una battaglia di opposizione dalla quale si riparte» dice come seguendo un canovaccio ben presente a chi esce sconfitto. «Porteremo avanti le nostre idee per Roma e saremo in grado di dare il nostro contributo». «Il risultato è evidente: ci sarà un sindaco del Movimento 5 Stelle che si chiama Virginia Raggi e noi faremo una battaglia di opposizione costruttiva, non preconcetta ma determinata, e continueremo a lavorare per Roma». Il ballottaggio ha questo vantaggio, non concede ai partecipanti mezze misure o dichiarazioni sfumate. «Che questa fosse una sfida difficile, lo sapevamo dall'inizio - commenta -. Abbiamo superato il primo turno e provato anche a fare meglio al ballottaggio, ma la situazione vede un risultato chiaro». Quindi non resta a Giachetti che telefonare alla sua rivale e farle un sincero in bocca al lupo per la vittoria.

Se Giachetti ora potrà allenarsi pure per la maratona di New York (è uno dei suoi sogni del cassetto che forse ora potrà finalmente realizzare), si apre un periodo tremendo per il Pd romano, cui le cure del commissario Orfini sembrano aver fatto più male che bene. E ovviamente al Nazareno, dove ieri il quartier generale era riunito per assistere allo spoglio nell'ufficio di Renzi. Il quadro complessivo sembra mostrare soprattutto una cosa: che lo stellone vincente di Renzi sta tramontando e il segretario del Pd deve correre ai ripari. A partire da quel referendum d'ottobre, al quale il premier ha affidato, one shot, il proprio destino in politica. Un'ulteriore personalizzazione sarebbe la fine di tutto, il ritiro dalla scena pubblica. Presto per pensarci, Matteo serba il veleno in coda.

E con il cadavere del renzismo romano ancora caldo già c'è chi vuole una redde rationem spietata. Era da poco uscito il primo exit poll che Roberto Morassut twittava stizzito «Ora un nuovo Pd. Si sciolgano le consorterie correntizie che soffocano la partecipazione e ostacolano l'ingresso di nuove forze».

Sul web intanto impazza l'ironia. Metodo molto romano per sdrammatizzare e minimizzare. «Je suis Giachetti» campeggia su tanti profili Facebook e Twitter, come a dire, onore allo sconfitto, manco fosse stato vittima di un feroce attentato. Mentre un finto Renzi sussurra su Twitter: «Amareggiato per la sconfitta del radicale Giachetti al ballottaggio per il Campidoglio». Forse bastava prendere sul serio la battuta dello stesso Giachetti intercettata mentre era al seggio a votare. «Come sto? Rilassato, ovvio. Ma rilassatevi pure voi», sbotta rivolto ai cronisti. Forse però da questa notte qualcuno, nelle stanze del Pd romano, avrà difficoltà a rilassarsi.