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Cronaca giudiziaria

Dopo cinque ore di interrogatorio Lavitola ammette: “Sono io il mandante dell’attentato a Ranucci, l’ho fatto per il suo bene”

Nel carcere romano di Rebibbia l’imprenditore al gip: “L’ho fatto per tutelare la sua incolumità e per fargli innalzare il livello di protezione”. No comment del legale dell’imprenditore sull’eventuale consapevolezza del conduttore di Report

Dopo cinque ore di interrogatorio di garanzia al carcere romano di Rebibbia Valter Lavitola ha ammesso: “Sono io il mandante dell’attentato a Ranucci”.

“Lavitola ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato e dice di averlo fatto per tutelare l’incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare il livello di protezione”. Così l’avvocato Sergio Cola al termine dell’interrogatorio di garanzia.

Valter Lavitola “ha riferito anche le ragioni per cui si è si è spinto a fare questo atto indubbiamente delittuoso. Lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati”.

L’avvocato Cola ha aggiunto che Valter Lavitola ha compiuto l’attentato “non per un movente politico anche se di fatto l’attentato, ma non per volontà di Lavitola, ha potuto aumentare la popolarità. Ranucci aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori - secondo il modo di vedere di Lavitola erano pericolosissimi - lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo”.

No comment del legale sull’eventuale consapevolezza del conduttore di Report. Sigfrido Ranucci era a conoscenza del proposito di Lavitola? “Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che io potevo dirvi”. Il legale ha annunciato di avere chiesto l’attenuazione della misura cautelare.

Il legale di Ranucci: “Sgomenti”

“La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia, se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigrfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal Ministero dell’Interno”, ha affermato l’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci. E poi ha aggiunto: “Così come la popolarità del conduttore di Report era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”.

Le accuse a Lavitola

Lavitola è accusato di essere il mandante dell’attacco del 16 ottobre scorso, quando un ordigno fu collocato vicino all’abitazione del giornalista, a Pomezia, a Campo Ascolano. La Dda contesta anche l’aggravante del metodo mafioso. Resta irreperibile Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come l’“uomo cerniera” tra Lavitola e gli esecutori materiali, già finiti in carcere. L’uomo, intervistato dal Tg1, si troverebbe in Camerun.

Intanto l’inchiesta della procura di Roma va avanti. Non solo per trovare riscontri a quanto già ipotizzato nella richiesta di arresto per il faccendiere, ovvero che abbia organizzato l’attentato per “accrescere la popolarità” dell’amico, che avrebbe lusingato per mesi proponendogli di scendere in campo in politica, addirittura commissionando un sondaggio poi rivisto da alcuni giornalisti e dallo stesso conduttore.

Ma anche e soprattutto sui rapporti tra Lavitola e la trasmissione di Rai3 Report: si cerca di capire, come mette in luce una informativa del Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma, se effettivamente il faccendiere abbia avuto un ruolo nella ideazione, o nella realizzazione delle inchieste. Sempre la trasmissione è al centro delle valutazioni del Comitato Etico Rai, per via di alcuni messaggi scambiati da Ranucci con Lavitola che riguardano l’azienda pubblica. Un’altra infrazione sarebbe stata l’avere girato all’amico la lettera del direttore degli approfondimenti Rai Paolo Corsini sui contenuti di una puntata.

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