Siamo arrivati forse al punto più basso del caso Ranucci, che sembra aver dimenticato le passerelle davanti all’Associazione Nazionale magistrati, visto che non ha ancora detto una sola parola per ringraziare la Procura di Roma e i carabinieri che hanno condotto le indagini e arrestato il presunto mandante del suo attentato, ovvero il suo amico fraterno Valter Lavitola. proprio nelle ore in cui presso la casa circondariale di Bibbia si sta svolgendo l’interrogatorio del faccendiere, Ranucci si paragona a Falcone e Borsellino: “Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso identico modo — non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta”. Il post si intitola “La voce che spaventa”.
“Non credo volesse paragonarsi a loro”, ha dichiarato Maurizio Gasparri a Il Giornale, “ma se questo è l’intento, con tragici e ammirati protagonisti della Repubblica, è l’ennesimo atto di superbia e di pochezza al tempo stesso, perché riesce a essere superbo e miserrimo, di Ranucci. Anche perché uno che sta lì con Gomes, latitante in Africa, Lavitola che dall’accusa della magistratura mischia vongole e dinamite, se non fosse una tragedia sarebbe un cinepanettone”. Purtroppo, ha proseguito l’onorevole, “è una tragedia perché l’attentato c’è stato e quindi ergersi a questo paragone dà il senso di un uomo che si è messo a ridere quando ha scritto questa cosa. Perché Ranucci davanti allo specchio lo sa chi è e quindi credo che la persona che disistima di più Ranucci, nei rari momenti di consapevolezza, è Ranucci stesso”.
Perché, ha aggiunto, “dopo tutta questa roba che stiamo leggendo di cui vogliamo capire, perché io non traggo conclusioni. Però se l’intento è di paragonarsi… Io credo che non sia questo, perché c’è un limite a tutto! Credo che adesso sia sotto choc perché non può più andare a mangiare le vongole gratis a Monteverde, quindi in preda a questa astinenza… Io non credo che si voglia accostare, lo conosco e comunque se l’ha fatto veniva da ridere anche a lui. Poveri Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino tirati in mezzo da questo qua”. Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia, ha definito “indecente da parte di Ranucci paragonarsi -in un delirio egomane- a due martiri della lotta alla mafia e della Repubblica quando si somiglia più al protagonista di un film di tomas milian e bombolo -con tutto il rispetto per questi indimenticati attori e caratteristi - dal titolo “Trame trite e tritolo””.
Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega, ha stigmatizzato la scelta di Ranucci di “creare una narrazione autocelebrativa per accostarsi a Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino e raccontarsi come l’ennesima voce ‘troppo chiara’ che il sistema vorrebbe mettere a tacere non è coraggio. Nel caso di Sigfrido Ranucci, siamo al cospetto, nella migliore delle ipotesi, di una sproporzione imbarazzante. Nella peggiore, siamo di fronte a un caso allarmante di delirio di onnipotenza. Falcone e Borsellino non hanno costruito la propria grandezza sul racconto di sé come vittime predestinate della storia. Hanno lavorato, rischiato e pagato con la vita per fatti, indagini e responsabilità precise. Usare i loro nomi come specchio nel quale rappresentarsi come un uomo solo contro tutti è un esercizio che non rende più credibile una tesi: la rende soltanto più enfatica, se non, forse, patetica. E c’è una domanda molto più semplice, molto meno epica, che forse meriterebbe una risposta: se sulla sua posizione esistono questioni da chiarire, perché non fa un passo indietro? Non sarebbe una resa. Sarebbe una forma elementare di responsabilità istituzionale. Soprattutto quando è in gioco la credibilità di un servizio pubblico: prima viene l’istituzione, poi, eventualmente, il protagonismo personale. La storia non ha bisogno di nuovi, sedicenti, martiri autoproclamati. E il servizio pubblico non ha bisogno di chi trasforma ogni contestazione in una prova di persecuzione. La verità, quando c’è, non ha bisogno del tritolo metaforico. Ha bisogno di fatti, documenti e risposte. Il resto è teatro. E qui siamo, forse, all’avanspettacolo”
