Quegli amanti diabolici e le (altre) morti sospette

L'infermiera e l'anestesista forse implicati in altri casi di pazienti deceduti in ospedale

Quanti ne hanno uccisi? Per gli investigatori il caso è chiuso. Non nei numeri, però. Per la Procura di Busto Arsizio l'anestesista Leonardo Cazzaniga e l'infermiera Laura Taroni, i diabolici amanti del pronto soccorso dell'ospedale di Saronno, avrebbero ucciso insieme il marito di lei, l'allevatore Massimo Guerra. Il viceprimario, invece, sarebbe l'artefice solitario di quattro decessi. Tutti provocati col metodo al quale aveva dato il suo nome, il protocollo Cazzaniga. Un mix di farmaci letali somministrato per endovena, in sovradosaggio e in rapida successione. Ma i conti non tornano. Lo fa intuire l'iscrizione nel registro degli indagati di altre 12 persone, e tra esse un maresciallo dei carabinieri, che avrebbero avuto notizia di quello che avveniva ma non si sarebbero attivati tempestivamente. Lo dimostrano le decine di telefonate giunte negli ultimi due giorni ai centralini delle forze dell'ordine, da gente piena di dubbi sulla scomparsa improvvisa dei propri cari dopo essere transitati dal pronto soccorso del nosocomio saronnese. Lo conferma il sequestro di chili di carte e fascicoli relativi ai trapassi gestiti dall'anestesista. Quel che emerge dalla intercettazioni offre del resto un quadro agghiacciante. Sullo sfondo, per una volta, non il denaro o il sesso, ma una sorta di delirio di onnipotenza. «Con questo paziente dispiego le mie ali di angelo della morte», le parole pronunciate in più occasioni da Cazzaniga. «Eutanasia», la definiva al telefono con la compagna. «L'eutanasia è quando una persona lucida e cosciente ti chiede di porre fine alla sua vita», obiettava la donna. «Allora è omicidio volontario», replicava lui. In questo vortice, tra il febbraio del 2012 e l'aprile del 2013, sarebbero stati risucchiati almeno in 4: Angelo Lauria, 69 anni, malato di tumore, mandato al Creatore con una dose abnorme di propofol. Giuseppe Pancrazio Vergani, settantunenne affetto da Parkinson: un'iniezione di morfina dieci volte oltre il consentito. Così pure Luigia Lattuada, 77 anni, segnata dal cancro, e Antonino Isgrò, 93 anni, ricoverato con un femore rotto ma uscito in una bara. Poi, il 30 giugno del 2013, Massimo Guerra. Lo trovano disteso sul divano, nel salone di casa. Mai un problema di salute, prima di quel diabete diagnosticato attraverso i falsi referti firmati da Cazzaniga. L'allevatore era un ostacolo. Bisognava toglierlo di mezzo. Raggiunto il risultato, per cancellare ogni traccia il suo corpo era stato cremato. E passata per il forno, guarda caso, era stata anche la madre della Taroni, Maria Clerici, uno dei decessi certificati dall'angelo della morte. «Hai avuto un'idea eccellente. Dalla cremazione non possono capire niente», si congratulava l'anestesista nel luglio del 2015. Sfacciati e freddi, come quando la donna ragionava col figlio di 10 anni del possibile assassinio della nonna. «Non vuol essere cremata e quindi possono tirar fuori un sacco di cose. Non abbiamo più neanche i maiali», si doleva, alludendo all'azienda agricola di Lomazzo in uno dei cui vasconi - in circostanze sospette - era annegato uno zio. Tra oggi e domani i due compariranno davanti al gip. «La mia assistita è molto scossa», dice per l'indagata l'avvocato Monica Alberti, uscendo dal carcere dopo averle fatto visita. Laura Taroni dovrà convincerne il giudice e smentire l'intercettazione nella quale, parlando con uno dei suoi bimbi, gli dice: «Tu somigli a tuo padre e ti ammazzerò».