Il film del weekend: "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug"

Tra azione, avventura, incontri mostruosi e licenze creative, il secondo capitolo della saga, "La desolazione di Smaug", supera il precedente in termini di epicità e coinvolgimento

"Lo Hobbit - La Desolazione di Smaug", secondo film della trilogia prequel de “Il Signore degli Anelli”, avvince grazie ad una buona dose d'azione trascinante e visivamente spettacolare, risultando assai più godibile del fiacco "Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato" uscito un anno fa. Quest'ultimo, nonostante avesse addirittura oltrepassato il miliardo di dollari d'incassi in tutto il mondo, dava la sensazione di essere l'incipit di una mera operazione commerciale: monetizzare un libro di neanche trecento pagine, "Lo Hobbit" di Tolkien appunto, traendone tre lunghi film. Ebbene, questo nuovo capitolo fa dimenticare che la sua genesi sia legata a motivazioni economiche e costituisce un'avventura di grande portata epica, un bagno in atmosfere magiche che rinnoverà nei fan l'entusiasmo di trovarsi nella Terra di Mezzo.

Bilbo Baggins (Martin Freeman), il mago Gandalf (Ian McKellen) e la piccola compagnia di nani guidati da Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage), dopo essere scampati a numerosi pericoli, proseguono il loro viaggio verso la Montagna Solitaria dove un tempo sorgeva la capitale di Erebor e nella quale ora dimora il malvagio drago Smaug. Il tragitto per andare a reclamare il regno perduto sarà disseminato di incontri imprevisti con elfi, orchi e ragni giganti. Tra le varie invenzioni degli sceneggiatori, c'è l'ideazione di un nuovo personaggio, Tauriel (Evangeline Lilly), un'elfa guerriera che darà luogo a un triangolo amoroso. Peter Jackson, artefice della scrittura, della regia e della produzione di questo come degli altri film tratti da Tolkien, punta ancora una volta sull’effetto visivo, creando una giostra avvincente dalla quale si scende malvolentieri. Da spettatori, all'inizio, ci si sente spiazzati dall'iperrealismo della ‘rivoluzionaria’ visione a 48 fotogrammi al secondo che costituisce un colpo mortale alla poesia cinematografica, ma ben presto se ne assapora il pregio di regalare partecipazione alla scena. Il ritmo veloce, l'energia e la suspense fanno il resto e avviluppano per quasi tre ore. Anche se a tratti il tono è spensierato e fumettistico, grazie soprattutto all'hobbit protagonista in sapiente equilibrio tra aspirante eroe e piccolo giullare, non manca il dovuto pathos drammatico.

La presenza degli effetti di computer grafica è indubbiamente massiccia e pesante ma bisogna considerare che il pubblico cui il film aspira non è tanto quello dei cultori di Tolkien, il cui materiale originale è qui brutalizzato, quanto quello dei ragazzi cresciuti a videogiochi che provano diletto nel vedere sequele interminabili di inseguimenti, botte e uccisioni.

A essere memorabili sono le ambientazioni, perché la Terra di Mezzo è davvero ricreata in maniera particolareggiata e imponente. Quanto al gigantesco drago Smaug che giace addormentato su una distesa immensa di tesori nel cuore della Montagna Solitaria, è realizzato con una qualità tecnica insuperabile e allieta, una volta sveglio, gli ultimi quaranta minuti del film.