Guida per sopravvivere alla grande abbuffata del "cinema della crisi"

Tra suicidi, violenze e follie, le boe di salvataggio sono Albanese, Walesa, Rumsfeld e... Tinto Brass

nostro inviato a Venezia

D'accordo, la crisi. Vanno bene anche la recessione, la deriva nichilista e l'uomo senza volto. Ci sta tutto, viviamo tempi bui, la luce in fondo al tunnel è meno che una fioca lampadina e ok: dobbiamo confrontarci con la nostra realtà, per cruda che sia. Però, ragazzi, dodici giorni di apnea nella grande depressione e nel realismo auto-afflittivo sembrano troppi anche a chi di mestiere non stravede per i cinepanettoni, anzi. Non ce la possiamo fare: dateci un appiglio, un'àncora tra i marosi dell'indigenza e della perversione, qualche boa per prendere una boccata di fiducia tra le onde del vuoto che già viviamo tutti i giorni.

Alla Mostra di Venezia che oggi va a incominciare con la proiezione di Gravity di Alfonso Cuarón (George Clooney e Sandra Bullock nel cast e sul red carpet), prevarrà, parole di Barbera, «il cinema della crisi che riflette la perdita di valori, l'assenza dei genitori e dei punti di riferimento etici e culturali». Ma il direttore artistico sa che questo è il fianco scoperto del suo cartellone e perciò sottolinea anche i «film leggeri e di genere... di un programma vario». L'abbiamo preso in parola e, scavando scavando, abbiamo cercato qualche zattera di salvataggio. Resta da vedere se le promesse saranno mantenute. Potrebbe anche accadere di sfiancarsi per scoprire che sono popolate di mostri. Ma tant'è; fra suicidi adolescenziali, incesti, violenze domestiche e sequenze sui manicomi cinesi, forse val la pena rischiare.

In questo contesto, non poteva che intitolarsi L'intrepido il film di Gianni Amelio, quasi una favola che si regge sull'interpretazione di Antonio Albanese, un disoccupato pronto a rimpiazzare gli assenti di giornata e a fare la sua parte con dignità (in programma il 4 settembre). Più controcorrente di così. Altrettanto singolare è la storia vera di Robyn Davidson narrata in Tracks, la ragazzina che ha attraversato il deserto australiano, 2700 chilometri, accompagnata da un cane e quattro cammelli (29 agosto). Un'altra dose di ottimismo può arrivare da Walesa, l'uomo della speranza di Adrzej Wajda con Maria Rosaria Omaggio nel ruolo di Oriana Fallaci (5 agosto). Titolo, soggetto e regia non dovrebbero tradire. Qualche spiraglio di fiducia accendono anche il film d'animazione del maestro Miyazaki sul destino dei kamikaze e l'opera fanta-esistenziale di Terry Gilliam. Per il resto, si naviga a vista bisognosi di sorprese positive tra i tanti film politici (da La voce di Berlinguer di Mario Sesti a The Unknow Known, ritratto di Donald Rumsfeld firmato da Errol Morris) e i troppi, stagionati, omaggi al cinema italiano (da Francesco Rosi a Carlo Lizzani a Anna Magnani).

Barbera sottolinea che non sarà un festival «quaresimale», ma i colori della penitenza sembrano prevalere anche per le troppe maratone. A cominciare dalle quattro ore dell'ultimo Heimat, saga nostalgico-familiare di due fratelli tedeschi ambientata a metà dell'ottocento e diretta da Edgar Reitz. Ma la resistenza degli spettatori sarà messa ancor più a dura prova dai 230 minuti di Feng Ai del regista hongkonghese Bin Wang, estenuante viaggio nell'alienazione di un ospedale psichiatrico cinese. Le prove più dure della settantesima Mostra veneziana però stanno più nella frequentazione degli eccessi che nella durata di alcune opere.

A Philip Gröning, per esempio, di ore ne «bastano» tre per raccontare la tragedia de La moglie del poliziotto che, in un paesino tedesco, subisce in silenzio le violenze del marito per proteggere l'educazione dell'unica figlioletta avvolgendola in un'abissale ipocrisia. Anche in Miss Violence del greco Avranas la routine è rotta dal gesto estremo di un'undicenne che nel giorno del suo compleanno si getta dalla finestra per denunciare violenze finora sconosciute. Mal comune mezzo gaudio, però (o no?): la famiglia è un inferno a tutte le latitudini. Censurato nella sua Corea del Sud, verrà proiettato integralmente, fuori concorso, Moeubius di Kim Ki-duk, Leone d'oro 2012 con Pietà, tragica discesa verso l'autodistruzione di padre, madre e figlio con scene esplicite di castrazione e incesto. Più sociologica è, invece, la deriva di un uomo-sandwich e dei suoi due bambini ai margini della moderna Taipei, protagonisti di Stray Dogs di Tsai Ming-Liang. Vite di margine anche in Sacro GRA, documentario che Gianfranco Rosi ha filmato girando per tre anni in un minivan il Grande Raccordo Anulare di Roma per ritrarre un campionario di personaggi dalle vite singolari.
Insomma, le sfumature dalla marginalità all'autodistruzione ci sono tutte dalla prima all'ultima. Al punto che, dopo un bagno così avvolgente nella grande depressione, può sembrare un miraggio persino Istintobrass, il documentario di Massimiliano Zanin sul maestro del cinema erotico italiano. Almeno lì, su quella boa, sai ciò che trovi...