Tra rabbia e indifferenza. Così Bigelow racconta la sommossa di Detroit

La regista statunitense mette in scena le violenze a sfondo razziale avvenute nel '67. E dimenticate

Nascosta dietro una stradina alberata, la casa di David Senak a Detroit dà l'impressione di essere la tipica palazzina tranquilla, nella periferia urbana di una qualsiasi città americana. Il giardino è ben tenuto, tutto è in ordine.

La scelta di Senak di nascondersi nella quotidianità dell'hinterland di una grande città lo ha tenuto lontano dagli occhi indiscreti dell'opinione pubblica per un lungo periodo, ma ora quel rifugio temporaneo sembra essere stato espugnato. I giornalisti hanno scoperto il suo indirizzo e quel quadro di apparente serenità, che nasconde il passato tetro di uno dei residenti, è stato stravolto. David Senak è il simbolo della terribile notte dell'Algiers Motel, fra il 25 e il 26 luglio 1967. Una storia non molto conosciuta al di fuori degli Stati Uniti, che tuttavia può aiutare a capire l'America di oggi.

Senak è uno degli agenti della polizia di Detroit protagonisti dei fatti del 1967 e ora raccontati dalla regista di Zero Dark Thirty Kathryn Bigelow nel film Detroit. Sono passati cinquant'anni da quando l'uomo e un gruppo di colleghi, dopo avere fatto irruzione nel motel, uccisero a colpi di pistola dopo averli selvaggiamente picchiati, tre giovani afroamericani fra i 17 e i 19 anni, ferendone altri sette. Per quei fatti, né Senak né gli altri poliziotti furono mai ritenuti responsabili. Quell'episodio fu solo uno spaccato di una più ampia rivolta avvenuta nella principale città del Michigan, scattata dopo un raid della polizia in un locale notturno e sfociata in una delle guerriglie urbane più letali della storia degli Usa. Negli scontri morirono 43 persone, 1189 rimasero ferite, più di 7200 vennero arrestate e vennero distrutti oltre 2mila edifici.

Una vicenda rimasta opaca, su cui Kathryn Bigelow cerca di mettere luce con un film interpretato da John Boyega (Star Wars Il risveglio della forza), Anthony Mackie (Capitan America, Civil War) e Will Poulter, nei panni del poliziotto al centro della vicenda. L'intento è quello di spiegare cosa sia accaduto in quei caldissimi giorni d'estate, anche alla luce dei fatti di Ferguson del 2014, che così tante attinenze hanno con quanto successe a Detroit quasi cinquant'anni prima. «Ho scelto di girare questo film, proprio in seguito alle rivolte di Ferguson, le proteste avvenute a più riprese dopo l'uccisione di Michael Brown, un teenager di colore che aveva rubato delle sigarette, da parte di Darren Wilson, un agente che non è mai stato punito».

In un momento di grande divisione per gli Stati Uniti, questo film è destinato a far discutere. L'eterna questione delle divisioni razziali, dei diritti negati agli afroamericani, torna a far riflettere. Il film della Bigelow racconta il degrado urbano e la disperazione economica dell'America dei quartieri poveri, a maggioranza afro-americana, la nascita dei ghetti e i loro rapporti difficili con la polizia, prevalentemente bianca. Non ci sono buoni o cattivi, ma un conflitto sociale e razziale che ha creato frustrazioni e risentimenti, soprattutto nelle fasce meno agiate della popolazione, di ogni etnia. E che non è confinato al passato. «Non so se sono la persona ideale per trattare un argomento come questo - dice la Bigelow, californiana, bianca, classe 1951, ex moglie di James Cameron, due Oscar nel 2010, miglior film e miglior regia, per The Hurt Locker - ma stiamo parlando di fatti avvenuti cinquant'anni fa, che nessuno ha più ricordato. Questa vicenda andava raccontata e spero che da questo film nasca un nuovo dialogo negli Stati Uniti. Per umanizzare una situazione che è quasi rimasta invariata. Da troppo tempo questi problemi vengono considerati astratti e non reali, da chi non li vive sulla propria pelle ogni giorno».

Prima di oggi questa storia infatti era stata raccontata solo dagli atti giudiziari, dagli articoli di giornale, dai servizi televisivi locali, ma ora il film della Bigelow vuole rivolgersi a un più vasto pubblico e alla premiere, che si è tenuta proprio a Detroit, pochi giorni fa, la regista ha detto: «Ho sentito, da parte dei cittadini un grande sostegno, una grande emozione, anche quando visitavo la città per fare ricerche sui quei fatti. Ho incontrato i sopravvissuti e ho percepito la voglia di fare sentire la loro voce». Difficile non trovare parallelismi con la situazione odierna degli Stati Uniti, praticamente impossibile vedere Detroit senza farsi delle domande e avere voglia di trovare delle risposte.

Commenti

al43

Ven, 04/08/2017 - 09:52

Ancor più del confronto interno agli USA mi chiedo perchè gli europei vogliano pervicacemente percorrere la stessa strada. Fra non molto (ma in Francia è già una realtà) avremo ghetti di sottoproletariato che si sentirà sfruttato e che si ribellerà proprio a causa della differenza di etnia o di colore della pelle oltre che di cultura. Questo sarebbe potuto o dovuto avvenire anche con i ghetti degli immigrati di Cinisello o di Sesto san Giovanni, ma essendo queste persone degli italiani hanno sperato ,finchè possibile, nell'ascensore sociale e chi ce la ha fatta ha realizzato quello che gli stranieri per una condizione di sudditanza psicologica non faranno che in minima parte. Probabilmente la nostra polizia non ha metodi così brutali, ma non ci giurerei visto cosa avvenne a Genova dopo il G8. Un agente che impazzisce potrebbe non essere una eventualità così remota.