Se la vita è una partita di ping-pong

Il gioco come primo elemento formativo della cultura umana

Luca Gallesi

Come ricordava acutamente Roger Caillois, il gioco, contrariamente a quello che si crede, non è un apprendistato del lavoro e non anticipa le attività dell'adulto. Non serve a nulla di specifico, e quindi è molto più importante di tutte le asfissianti, inutili e velleitarie attività di «scuola-lavoro» previste da quest'anno dalla scellerata riforma della scuola come obbligatorie per tutti gli studenti delle secondarie.

Il feticcio lavoro, insomma, continua a pretendere vittime sacrificali, ragione per la quale può essere utile la lettura di un originale saggio, La metafisica del ping-pong di Guido Mina di Sospiro (Ponte alle Grazie, pagg. 240, euro 16,80), finalmente tradotto anche in italiano, dopo il successo ottenuto negli Usa, dove l'autore vive e lavora da molti anni. Appassionato di ping-pong sin dall'adolescenza, Mina di Sospiro racconta la sua personale esperienza di crescita interiore avviata grazie alla pratica, non sportiva ma quasi iniziatica, del tennis da tavolo. Sulla falsariga dei classici dedicati allo Zen e il tiro con l'arco o l'arte della manutenzione della motocicletta, La metafisica del ping-pong ci accompagna alla scoperta di noi stessi attraverso la graduale scoperta di leggi di una filosofia perenne negata o comunque nascosta dallo sfavillio superficiale della vita moderna. La consapevolezza di sé, la conciliazione degli opposti, il superamento dei propri limiti sono tappe di un cammino iniziatico che può presentarsi nella vita di ciascun individuo nella maniera più inaspettata, anche sotto l'aspetto di un gioco come il ping-pong, nel quale, come scopriamo nel libro, c'è spazio anche per i nostri «lati oscuri».

Il gioco serve a crescere: non prepara a un mestiere, ma allena alla vita, insegnando a superare gli ostacoli, ad affrontare le difficoltà, a non arrendersi alle sconfitte; il racconto di come la riscoperta, in età matura, della pratica del ping-pong abbia riacceso nell'autore il desiderio di un «centro di gravità permanente», per dirla con Battiato, è la dimostrazione che non è mai troppo tardi per impegnarsi seriamente nella via del gioco, che, non dimentichiamolo, è il primo, e forse il più importante, elemento formativo della cultura umana.