A metà settembre, in un palazzo della Settantacinquesima strada, qualcuno comincia a sentire un grido. Non è un verso d’uccello, almeno non per un orecchio di Manhattan: è un raschio lungo, umano, come di persona in difficoltà. Thomas Obersteiner, che abita all’ultimo piano, pensa a qualcuno che sta male. Si affaccia e non vede niente. Vanno avanti tre settimane. Poi, il 6 ottobre, una donna trova sul davanzale un uccello bianco con la faccia a forma di cuore e gli occhi neri, fermo, che la guarda. Alza lo sguardo verso il tetto e capisce da dove veniva il grido. Dentro la cisterna dell’acqua, quei cilindri di legno che a New York stanno su ogni palazzo come campanili di una religione dimenticata, c’è una famiglia di barbagianni. Almeno un adulto e cinque piccoli.
Alla Cornell, dove tengono i registri degli uccelli d’America, cercano negli archivi e non trovano niente: a Manhattan non risulta mai un nido di barbagianni. Mai, da quando qualcuno prende nota. New York è l’ultimo lembo nord del loro areale e nello Stato la specie è crollata. Questo uccello ha bisogno di fienili, granai, campanili, posti bui dove nessuno entra. Ha trovato una cisterna accanto a Central Park West. Da allora, ogni sera, sotto il palazzo c’è gente. Obersteiner ha aperto il suo terrazzo ai fotografi: una notte sono venuti in venti. Stanno col collo tirato indietro, in silenzio, ad aspettare il volo. Il barbagianni esce quando il cielo è già viola, scende sulla strada, prende un topo e risale verso il tetto, una preda dopo l’altra, come un padrone di casa che fa la spesa.
Non è la prima volta che questa città si innamora di un uccello. Due anni fa c’era Flaco.
Flaco era un gufo reale, quindici anni in una gabbia del Central Park Zoo. Il 2 febbraio del 2023 qualcuno taglia la rete e lui esce. Lo danno per morto: un animale cresciuto in cattività non sa cacciare. Una settimana dopo lo fotografano mentre mangia un topo. Diventa murale, canzone, tatuaggio. Il 23 febbraio del 2024 lo trovano sfracellato sull’Ottantanovesima: era andato addosso a un palazzo. L’autopsia dice due cose. Aveva l’herpes dei piccioni e aveva in corpo quantità letali di veleno per topi. Val Coleman è un pensionato che abita lì. Un barbagianni in vita sua l’aveva visto una volta sola, in California. Davanti al palazzo della Settantacinquesima non ha fatto discorsi sulla natura che si riprende la città. Ha detto soltanto che spera che quei topi non siano avvelenati.
