Ci sono ricordi che il tempo non riesce a cancellare. Per Valentino Rossi, uno dei più dolorosi è legato al 23 ottobre 2011, il giorno in cui perse Marco Simoncelli durante il Gran Premio della Malesia. Nel libro “La mia storia”, scritto insieme a Giorgio Terruzzi e in uscita il 10 novembre per Rizzoli, il nove volte campione del mondo torna su quella domenica a Sepang. Ricostruisce l’incidente, racconta lo choc al rientro ai box e il senso di smarrimento che lo travolse quando comprese la gravità di quanto era accaduto. Un racconto intimo, nel quale trovano spazio anche i momenti condivisi con il pilota romagnolo, diventato negli anni un amico e quasi un fratello minore.
L’amicizia con Simoncelli
Rossi ricorda di aver conosciuto Simoncelli quando era ancora adolescente. Lo descrive come un ragazzo altissimo, con braccia e mani molto grandi, tanto da ricordargli un personaggio dei cartoni animati. Da qui il soprannome Pippo. Tra i due nacque un legame che andò ben oltre la competizione. Nell’inverno tra il 2006 e il 2007 fu proprio Marco a chiedergli di allenarsi insieme per migliorare la propria preparazione fisica. Valentino accettò senza considerarlo un possibile rivale; lo vedeva piuttosto come un fratello minore da sostenere. Li univano le origini romagnole, la passione per le moto e un modo simile di vivere lo sport. Il 2008 fu un anno speciale per entrambi, Rossi conquistò il titolo in MotoGP, Simoncelli quello della classe 250. Nel 2010 il Sic debuttò nella categoria regina con una Honda del team Gresini. Anche il 2011 sembrava promettente, con due pole position, il primo podio a Brno e un secondo posto in Australia. La gara successiva, in Malesia, sarebbe stata l’ultima della sua vita.
L’incidente a Sepang
Durante il secondo giro, Simoncelli era impegnato in un duello con lo spagnolo Álvaro Bautista. In curva perse l’anteriore e cadde, scivolando verso l’interno della pista mentre era ancora aggrappato alla sua Honda. Rossi stava affrontando la stessa curva insieme a Colin Edwards quando vide una sagoma avvicinarsi. Era Marco, ormai impossibile da evitare. I due piloti lo urtarono. Rossi racconta di aver avvertito il colpo sotto le ruote e di essere riuscito a rimanere in piedi, proseguendo fino al prato. In quel momento non aveva ancora compreso fino in fondo la gravità dell’incidente. Rientrato ai box, trovò Uccio sconvolto. Le sue parole furono terribili: “Gli è volato via il casco”. Rossi capì subito che l’impatto doveva essere stato devastante. Poco dopo, sui monitor comparvero le immagini dell’incidente e fu travolto dallo sconforto. Il paddock era ormai immerso in un silenzio irreale, con le moto ferme e tutti in attesa di notizie. Fu Paolo Simoncelli, il padre di Marco, a comunicare per primo la morte del figlio. Rossi e Uccio raggiunsero la loro stanza e si sedettero a terra. “Abbiamo fumato una sigaretta, poi un’altra, subito. Abbiamo pianto”, ricorda. E aggiunge: “Mi sentivo completamente devastato”.
Il senso di colpa e le domande dopo la tragedia
Nei giorni successivi, Rossi continuò a ripensare all’incidente. Di notte rivedeva la dinamica e cercava una risposta a domande che non riusciva a togliersi dalla testa: avrebbe potuto accorgersi prima del pericolo? Spostarsi? Evitare l’impatto? “Mi sento responsabile di ciò che è accaduto”, scrive. Solo con il passare del tempo riuscì a trovare una risposta: “La risposta è no, detta ora, detta qualche tempo dopo l’incidente”. Nell’immediato, però, non aveva certezze e il peso della tragedia era ancora troppo forte. Nel libro riaffiorano anche i ricordi lontani dalle gare; le giornate trascorse insieme sulle moto da cross, le visite a casa Simoncelli e le lasagne preparate dalla madre Rossella mentre il padre Paolo caricava i mezzi sul furgone. Immagini quotidiane che restituiscono la dimensione più privata della loro amicizia. Al ritorno dalla Malesia, Rossi fu raggiunto dai giornalisti che gli chiesero se, dopo quella tragedia, avesse intenzione di ritirarsi. La risposta era no. Non aveva pensato di smettere, nemmeno in quei giorni. Perché, come scrive, correre era sempre stato parte della vita di entrambi: “Lo sapeva Marco, e a lui correre è sempre piaciuto. L’ho sempre saputo, e a me correre piaceva da sempre”.
