Con l’uscita di Susie Wiles, annunciata ieri dal presidente americano a pochi giorni dalla sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato, si completa un progressivo ridimensionamento della presenza femminile ai vertici del potere esecutivo statunitense. A sostituirla sarà Stephen Miller, l’architetto della linea dura sull’immigrazione, che assumerà l’incarico lunedì 9 novembre. Wiles, invece, passerà all’organizzazione politica del presidente.
Eppure, all’inizio del secondo mandato, il tycoon aveva rivendicato con orgoglio le sue nomine femminili. La scelta di Wiles, protagonista della vittoriosa campagna elettorale del 2024, era stata presentata come un passaggio storico.
Accanto a lei erano arrivate donne alla guida di alcuni degli apparati più delicati del governo federale: Pam Bondi alla Giustizia, Kristi Noem alla Sicurezza interna, Tulsi Gabbard alla direzione dell’intelligence nazionale. Una squadra composta da figure politicamente molto diverse, ma accomunate dalla fedeltà al presidente e dall’adesione, con sfumature differenti, al progetto di trasformazione dell’apparato federale. A distanza di meno di due anni, nessuna di loro occupa più l’incarico originario.
La successione delle uscite racconta una parte della trasformazione che precede la sconfitta elettorale delle midterm. Noem, uno dei volti più riconoscibili della politica migratoria trumpiana, ha lasciato il dipartimento della Sicurezza interna dopo essere finita al centro di polemiche sulla gestione dell’agenzia. Bondi è stata rimossa dalla guida del dipartimento di Giustizia ad aprile, in un clima di crescente insoddisfazione per la gestione dei dossier giudiziari, compresa la controversia sui documenti relativi a Jeffrey Epstein. Anche Lori Chavez-DeRemer, segretaria al Lavoro, ha lasciato il governo dopo una serie di contestazioni sulla propria condotta. Tulsi Gabbard, ex democratica diventata una delle figure più eccentriche della coalizione trumpiana, ha annunciato le dimissioni dalla direzione dell’intelligence nazionale, dopo tensioni legate anche alla politica estera e alla gestione delle divergenze interne all’apparato di sicurezza.
Anche la comunicazione della Casa Bianca ha perso alcune delle sue protagoniste, tra cui Karoline Leavitt, sostituita in fretta e furia con Katie Zacharia, protagonista di uno piccolo scandalo sui suoi titoli, silurato appena dopo cinque giorni. Harmeet Dhillon, invece, responsabile della divisione per i diritti civili del dipartimento di Giustizia, ha rassegnato le dimissioni giovedì.
Restano ora soltanto loro: Brooke Rollins, segretaria all’Agricoltura, Linda McMahon, segretaria all’Istruzione, e Kelly Loeffler, amministratrice della Small Business Administration. Quest’ultima dirige l’agenzia federale per il sostegno alle piccole imprese, con un incarico di rango ma comunque equiparato a quello ministeriale.
