Sanità toscana: Asl condannata al maxi-risarcimento da 10 milioni di euro

A fare ricorso 341 medici: tra il 1998 e il 2007 la Asl di Pistoia non avrebbe corrisposto parte della retribuzione. Sentenza arrivata dopo otto anni

I sindacati l’hanno definita un’operazione “sciagurata”. Di sicuro la vicenda della ex Asl di Pistoia, scoperta quasi per caso, è a dir poco clamorosa: un milione l’anno per dieci anni. In realtà i dieci milioni di euro di risarcimento sono solo la stima indicativa del sindacato, perché la cifra finale, dopo il ricalcolo degli stipendi stabilito dalla sentenza, potrebbe essere di molto superiore. I fatti risalgono al 2010, quando alcuni medici si accorgono che qualcosa nella busta paga non quadra. A parità di posizione, anzianità, impiego ed equità retributiva stabilita dal contratto nazionale del pubblico impiego, a Pistoia le paghe erano le più basse tra tutti i medici toscani ed italiani. La faccenda si allarga a macchia d’olio: pochi mesi dopo sono in 341 a riscontrare le stesse anomalie. Tra gli anni che vanno dal 1998 al 2007 la Asl di Pistoia non avrebbe corrisposto parte della retribuzione accessoria, il “fondo di posizione”, soldi che sarebbero serviti ad altro. Nuove assunzioni, secondo alcuni un centinaio di medici in più. Nel 2011 scattano i ricorsi contro la ex Asl 3, ben 341 ricorsi. Il giudice darà ragione a 337 di loro.

Pochi giorni fa la sentenza. Chi li ha vissuti racconta di otto anni di battaglie e di pugni sbattuti sul tavolo: uno scontro durissimo, finito a volte anche sul piano personale, riferiscono. E c’è da crederci, dal momento che in otto anni non si è trovato uno straccio di accordo con la direzione sanitaria, ma nemmeno - evidentemente - in Regione, da dove i soldi arrivavano.

E in Regione? nessuno si sarebbe mai accorto di niente. In realtà esiste un complesso sistema di monitoraggio nei confronti delle aziende sanitarie, che mensilmente inviano a Firenze i dati sui costi e sui ricavi suddivisi per voci. Poi, ogni tre mesi, i numeri vengono trasferiti a Roma, ai Ministeri dell’economia e della salute che esercitano il controllo nei confronti della Regione. Nonostante questo meccanismo perfetto accorgersi di cosa stesse succedendo a Pistoia sembra sia stata cosa troppo difficile: “Impossibile” – spiega l’ufficio preposto al controllo dei bilanci delle aziende sanitarie e degli altri soggetti finanziati dal fondo sanitario regionale – “si sarebbero dovute esaminare le singole voci della busta paga, impensabile da fare. Inoltre – continuano dall’ufficio - l’ammontare dei fondi del personale è determinato anche da motivazioni storiche, può capitare infatti che alcune aziende abbiano fondi più capienti di altre perché si è, ad esempio, ridotto il personale, così che ad alcuni può toccare una fetta più ampia di questo fondo.”

Insomma, un ginepraio di norme e cavilli, mischiate a un certo margine di autonomia interpretativa che le aziende sanitarie avrebbero, in quanto aziende, rispetto al pubblico. Il tutto, poi, complicato dal fatto che la riforma voluta dal governatore Enrico Rossi nel 2015 durante il suo secondo mandato, ha cambiato l’assetto territoriale delle 12 ex Asl accorpandole in tre grandi macro-aree, risparmiando però le quattro aziende ospedaliero-universitarie: Careggi, Meyer, Azienda Ospedaliera Pisana e quella Senese, non toccate dalla riforma.

Oggi la Asl 3 di Pistoia dove è successo il pasticcio infatti non esiste più, inglobata nella Asl Toscana Centro assieme a Firenze, Prato, Pistoia ed Empoli. E che ora si ritrova a gestire la patata bollente ereditata dal passato.

Se ci sarà un ricorso in Appello ancora non è certo - la partita potrebbe giocarsi sull’interpretabilità della normativa sull’aumento dei fondi contrattuali - ma se il giudice ha chiarito che i fondi “devono” (non “possono”) aumentare, c’è poco da giocarsi. Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi se quello di Pistoia è un caso isolato o meno. Con tutto ciò che ne potrebbe derivare.