La Ferrari fa il pit stop in ospedale

Lorenzo Amuso

da Londra

I perfetti sincronismi degli uomini di Maranello entrano nella letteratura medica. Dopo aver vinto gran premi e mondiali in serie, la Ferrari fa scuola anche nelle corsie d’ospedale. Merito dei suoi consolidati automatismi e dell’impeccabile organizzazione della sua squadra di ingegneri e meccanici. Una ventina di uomini, ognuno con un proprio compito specifico, impegnati in una sorta di balletto accelerato ogni volta che una Rossa si presenta ai box per il cambio dei pneumatici, o il pieno di benzina. Un coordinamento, studiato a tavolino, provato e riprovato nelle lunghe sessioni di prove. Come un’orchestra impegnata nell’esecuzione del brano più difficile. Sincronismo, tempestività, precisione. Una formula vincente adottata ora anche da un’unità pediatrica inglese, che proprio alla scuderia italiana si è rivolta per imparare ad ottimizzare la sua équipe medica.
La sala operatoria come un box di Formula Uno, un intervento chirurgico come un pit-stop. Questa l'intuizione di Martin Elliott, primario di chirurgia infantile del Great Ormond Street Hospital for Children di Londra, che ammette di aver pensato al team di Formula Uno dopo «una giornata particolarmente brutta». Quando, seduto accanto al collega Allan Goldman, responsabile dell’unità di terapia intensiva di cardiologia infantile, stava guardando in tv un Gran Premio automobilistico. Deformazione professionale, i due medici più che dai rari sorpassi sono rimasti colpiti dai movimenti dei meccanici ai box. Scoprendo, non senza una punta di stupore, numerose similitudini con la routine della sala operatoria, tra chirurghi, anestesisti, infermieri. Così, dopo una breve collaborazione con gli inglesi della McLaren, Elliott si è messo in contatto con la Ferrari, inaugurando una collaborazione che ha trasformato «il reparto di terapia intensiva in un centro di silenziosa precisione».
Un continuo scambio di esperienze, suggerimenti, idee, da Maranello a Silverstone, tra i due specialisti e i vertici del Cavallino, Jean Todt, Ross Brawn e soprattutto il direttore tecnico di gara Nigel Stepney. «La fase post-operatoria è probabilmente la più delicata - commenta Elliott -. Uno o due anni fa in quei momenti c'era un gran rumore in sala, ognuno si spostava indipendentemente dagli altri. Mentre ora abbiamo rivisto completamente il nostro modo di lavorare». Un innovativo protocollo operativo, frutto di una minuziosa verifica dell’operato dei medici, che presto verrà raccontato in due pubblicazioni scientifiche. «Non è azzardato affermare che le complicazioni di ogni operazione sono state significativamente ridotte grazie al protocollo sviluppato nel corso della collaborazione con la Ferrari», aggiunge Elliott. Il singolo foglio A4, contenente la disposizione degli uomini in rosso durante un pit-stop, è così diventata una lunga serie di pagine, fitte di dettagliate annotazioni per medici e infermieri. «Quelli della Ferrari sono rimasti stupiti dalla complessità del nostro lavoro e delle nostre apparecchiature - fa notare Elliott -. Hanno voluto riprenderci mentre operavamo e la prima cosa che ci hanno fatto notare era la mancanza di un letto mobile collegato a tutti i macchinari per la ventilazione assistita e l’anestesia. Ma all’epoca quel tipo di lettino non esisteva, così si sono messi a cercare soluzioni praticabilli, addestrando il personale medico».
Ora, anche nei momenti più delicati, i movimenti dell’équipe del dottor Elliott sono regolati da automatismi a prova di secondo. Un sistema sofisticato degno di un propulsore di Formula Uno. «Abbiamo lavorato per anni nella convinzione di fare le cose piuttosto bene - ammette Nick Pigott, consulente responsabile dell’unità di terapia intensiva -, ma quando su suggerimento della Ferrari ci siamo registrati durante un’operazione, è stato scioccante riconoscere la totale mancanza di coordinamento». Non è la prima volta che la struttura ospedaliera si rivolge a «insospettabili esterni» per migliorare la propria operatività. Il predecessore del professor Elliott aveva chiesto aiuto all’industria aeronautica, ma senza ottenere risultati significativi. «Il numero è troppo esiguo per sostenere una riduzione della mortalità grazie alla nuova procedura - sostiene Pigott -, ma sicuramente abbiamo registrato un abbassamento delle malattie portate all’interno dell'ospedale». Analoga soddisfazione è stata espressa dagli uomini di Maranello. «Speriamo di aver insegnato qualcosa di utile, perché loro ci hanno insegnato l’umiltà - commenta Stepney, di ritorno dal Gp della Turchia -. Ci vuole molto tempo per organizzare una squadra. Noi disponiamo di una ventina di persone che lavorano assieme da quattro a sei anni per una routine che dura poco più di quattro secondi. Ci vuole una procedura di lavoro codificata per garantire nel tempo determinate prestazioni».
E che il metodo di lavoro dei team del pit stop funziona, lo conferma anche Pierluigi Granone, chirurgo del Gemelli di Roma. «Anche noi abbiamo studiato e applicato il modello della Formula Uno».
Lorenzo Amuso