Addio al papà di "Playboy". Ha reso il mondo più sexy

Hugh Hefner aveva 91 anni. Nel 1953 la sua rivista rivoluzionò i costumi. La prima coniglietta? Marilyn

Dio creò la donna. E Hugh Hefner la ricreò. Ridefinendone l'immagine e l'immaginario. Inflandola nuda dentro un giornale in anni di puritanesimo imperante.

Detto ora sembra una cosa banale. Chi si scandalizza più per una pin up con le tette di fuori sulla copertina di una rivista? Ma Hefner fu per l'erotismo quello che Fontana fu per l'arte, quello che Le Corbusier fu per l'architettura, quello che i Beatles furono per la musica. Ora sono buoni tutti, ma averci pensato per primi è la vera rivoluzione. E quindi non scandalizziamoci se Pamela Anderson, una delle conigliette più amate della storia, ieri ricordava Hefner in un videomessaggio postato su Instagram, in biancheria intima e con un filo di voce, «l'uomo che ha reso il mondo più libero e più sexy».

Il mondò diventò improvvisamente più sexy nel 1953 quando il ventisettenne Hefner - nato a Chicago da una famiglia puritana originaria del Nebraska - chiese ai vertici della rivista Esquire, per cui lavorava, un aumento di stipendio da cinque dollari. Quando l'obolo gli fu rifiutato il giovane giornalista decise di dimettersi e di fondare una sua rivista, che chiamò Playboy. Il primo numero - sottotitolo: intrattenimento per uomini - uscì a dicembre al prezzo di 50 centesimi, e Hefner oltre a una serie di articoli spiritosi piazzò in copertina una ragazza bionda che salutava felice. La stessa ragazza compariva nuda su un letto rosso nel paginone centrale che finì appeso nelle camerette di mezza America: la tizia si chiamava Marilyn Monroe, non la conosceva nessuno, e la sua foto girava da mesi per le redazioni di riviste e calendari, ma nessuno l'aveva mai pubblicata.

Divenne un mito Marilyn e divenne un mito anche Playboy. Che vendette tutte le 53.991 copie della tiratura iniziale. Oggi chi ne possiede una in condizioni perfette può contare su un tesoretto da qualche migliaia di euro. Il secondo numero uscì con il logo della coniglietta disegnato da Art Paul e la leggenda si perfezionò. Dopo pochi anni il profitto annuale del magazine superava già i 4 milioni di dollari.

Per i decenni a seguire Playboy fu il pruriginoso manuale di educazione sessuale e alla bellezza degli uomini dapprima americani e poi di tutto il mondo, man mano che la rivista sbarcava nei diversi Paesi con le edizioni nazionali che ricalcavano lo schema di successo: sesso e cultura. L'impero cresceva e Hefner costruiva una sua estetica kitsch fatta di ville, feste faraoniche, look eccessivi, vestaglie, pupe e pipe. Del resto valeva sempre la frase in epigrafe al primo numero: «La vita è troppo breve per vivere il sogno di qualcun altro». Frase che ieri campeggiava sull'account Twitter di Playboy.

Hefner continuò ad abbattere tabù uno dopo l'altro: nel 1971 la prima modella afroamericana svestita, nel 1975 Patricia Margot McClain simulava il gesto di masturbarsi in un cinema. Provocazioni sempre accompagnate da articoli commissionati ai più grandi scrittori americani, come a dire: vi apro la mente e ve la riempio pure. Poi le interviste: a Fidel Castro, a Martin Luther King all'indomani del Nobel, a Ronald Reagan.

Poi il declino: nessuna frontiera più da abbattere, e una pornografia sempre più presente nelle nostre vite, a scolorire l'erotismo patinato da 90-60-90 di Hefner. Resistette un'estetica mascolina, il mito di un conquistatore che ancora a ottant'anni garantiva di andare a letto con undici delle dodici playmate dell'anno (chissà poi perché una si rifiutava sempre) malgrado fosse stato sposato tre volte e avesse avuto quattro figli. Uno dei quali, Christie, molti anni fa ha preso in mano l'impero e lo ha rimesso in sesto. «Hef» da ieri non lotta più con noi ma le conigliette ancora sì.