È Italia contro Francia anche sul voto in Libia

L'Eliseo insiste: alle urne il 10 dicembre. Ma la Farnesina: le elezioni vanno fissate dai popoli

«Collaborazione e competizione». Usa un linguaggio da diplomatico consumato il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, nell'audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, per definire lo stato invero poco collaborativo e parecchio competitivo delle relazioni attuali tra Italia e Francia sul tema scottante della crisi libica.

E in effetti è arduo scorgere una volontà di collaborazione con l'Italia nelle dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron, diffuse in forma di nota dell'Eliseo dopo il suo colloquio telefonico con il traballante premier di Tripoli Fayez Al Serraj. Nelle sue prime esternazioni dopo le accuse di parte del mondo politico italiano seguite allo scoppio di scontri armati alla periferia di Tripoli, Macron lascia infatti pochi dubbi sulla sua volontà di continuare a perseguire in Libia un'agenda politica che equivale a uno scontro frontale con gli interessi italiani nel Paese nordafricano.

Punto cardinale di questa agenda rimane - Macron lo dice a chiarissime lettere - lo svolgimento di elezioni politiche entro la fine dell'anno nella Libia in preda alla guerra tra bande. «La comunità internazionale deve in modo operativo restare unita e determinata - recita la nota dell'Eliseo - ad agire contro tutti coloro i quali cercano di frenare o indebolire il processo politico che porta all'organizzazione di elezioni, secondo la road map di Parigi, sostenuta dall'Onu nel giugno del 2018». Documento che indica la data delle elezioni libiche nel prossimo 10 dicembre. Obiettivo notorio di Parigi è l'affermazione del leader cirenaico Khalifa Haftar, capo del «governo di Tobruk» e vicino a Francia, Russia ed Egitto, mentre Roma ha puntato le sue carte su Serraj, sostenuto dall'Onu ma in queste ore in grave difficoltà dopo che anche le potenti milizie di Misurata sembrano orientate a ritirargli il loro sostegno.

La posizione francese è l'esatto contrario di quella del governo italiano. E infatti il ministro Moavero Milanesi contesta il calendario già fissato a Parigi («è curioso stabilire dall'esterno una data») e afferma che semmai «noi siamo dell'idea che la data delle elezioni la decidono i popoli da soli, quando i tempi sono maturi». L'Italia - insiste il ministro - intende riavviare il dialogo con tutti e considera lo scenario più preoccupante «il possibile prevalere di forze estremiste e fondamentaliste considerate estremamente pericolose a livello internazionale», un nemico «che dovrebbe essere comune». Al centro dello scenario dovrebbe rimanere l'Onu, chiosa Moavero Milanesi, che annuncia per il prossimo novembre «probabilmente in Sicilia» una conferenza internazionale sulla Libia con la partecipazione anche di Stati Uniti e Cina.

Ancor più esplicita la titolare della Difesa Elisabetta Trenta, secondo cui «la corsa alle elezioni rischia di approfondire le divisioni». Il ministro cinquestelle nega che l'Italia sia in contrasto con Parigi, ma ne pretende «rispetto» mentre vuole «continuare ad avere un ruolo da protagonista in Libia, e non più da spettatori come eravamo con il precedente governo».

Parole che hanno suscitato la reazione immediata dell'ex ministro piddino Minniti («basta propaganda») e quella dell'opposizione di Forza Italia: non abbiamo sentito niente di nuovo, dov'è la strategia del governo per difendere gli interessi nazionali in Libia?