Nel Labour è scontro totale: pronto il golpe anti-Corbyn

Il leader caccia un ministro del governo. E scattano le dimissioni a raffica

Non solo il partito di governo, a caccia di un nuovo primo ministro e in lotta per la successione. Ora anche l'opposizione inglese entra in piena guerra fratricida e avvia il golpe contro il proprio leader. Sono passate meno di 72 ore dalla Brexit ma gli effetti del terremoto provocato dal referendum sull'Unione Europea proseguono con una lunga serie di scosse politiche che tutto lasciano presagire fuorché un assestamento immediato nel Regno Unito. Ieri è toccato al Partito Laburista dare il via al redde rationem post-elettorale. La sfida per spodestare Jeremy Corbyn è cominciata e ha già lasciato sul campo oltre metà del governo ombra formato dal leader eletto appena nove mesi fa con il 59,5% dei voti. Almeno otto membri dell'esecutivo di opposizione hanno dato l'addio spiegando nero su bianco, nelle lettere di dimissioni, di averlo fatto convinti dell'esigenza di «una nuova leadership». Solo così, dicono, il partito avrà qualche chance di vincere le prossime elezioni, che potrebbero svolgersi tra qualche mese se il successore del premier Cameron decidesse di chiamare il Paese alle urne per garantirsi un mandato pieno. «Fuori Corbyn, è quello che chiedono nell'operazione già ribattezzata Jexit (da Jeremy ed exit, uscita). «Siete un collega gentile, decente e di principi - scrive Lilian Greenwood, fino a ieri ai Trasporti - ma secondo me è necessaria una nuova leadership per colmare le ampie divisioni nel nostro partito, in Parlamento e in tutto il Paese». Altri potrebbero seguire nelle prossime ore, in attesa del giorno cruciale, quando dopo il dibattito di oggi, domani sarà votata la mozione di sfiducia contro il leader avviata nei giorni scorsi da due deputati.

La rivolta era in parte programmata. Ma è esplosa definitivamente e con qualche ora di anticipo alla notizia del «licenziamento» di Hilary Benn, il ministro degli Esteri Ombra che si era già distinto in Parlamento, in occasione del voto per i bombardamenti in Siria, quando aveva votato a favore dei raid e contro la linea del leader pacifista, pronunciando un discorso considerato da molti memorabile. Nella notte di sabato Benn ha chiamato il leader per manifestargli le proprie perplessità sulla conduzione del partito, chiedendogli di farsi da parte anche alla luce dello scarso impegno mostrato nella campagna contro la Brexit. Corbyn, in effetti, non si è esposto in maniera evidente se non prima dell'omicidio della deputata laburista Jo Cox. Il leader laburista si è sempre rifiutato di mostrarsi al fianco del premier Cameron e quando è intervenuto per parlare di Unione Europea non ha mai nascosto le sue perplessità e la necessità di riformarla. Una campagna che, alla luce del «sì» alla Brexit pronunciato da molti elettori laburisti nelle tradizionali roccaforti rosse, si è rivelata a dir poco tiepida se non del tutto fallimentare. Ma la critica è diventata per il leader l'occasione per cacciare il ministro-ombra scomodo. Benn aveva previsto il no di Corbyn alle proprie dimissioni e aveva già programmato la rivolta, che puntualmente è esplosa con la catena di defezioni dei suoi ministri. «È lui che deve andarsene», dice il ministro cacciato. «Non credo che lei possa portare la vittoria in un'elezione generale che potrebbe avvenire nel giro di mesi», insiste la dimissionaria Gloria de Piero. Il partito ha già in mente un leader a tempo, il deputato anti-Murdoch Tom Watson, per il quale non esclude un ruolo a lungo termine.

Non tutti, però, la pensano allo stesso modo. E il Labour si spacca come una mela. I deputati laburisti dovrebbero «calmarsi» e restare uniti, seppur «delusi» per il referendum, dice il fedele John McDonnell, alla Finanza. E dalla parte di Corbyn arrivano i sindacati, persino il pro-Brexit Rmt, ma soprattutto il potente Unite che definisce «patetico» il tentato golpe.

Le prossime ore saranno decisive. Il voto di sfiducia di domani non è vincolante. Se Corbyn, come sembra, decidesse di non dimettersi, potrebbe farlo. Ma potrebbe sempre decidere, se lo volesse, di convocare una nuova sfida per la leadership nella quale si è già detto «pronto» a correre di nuovo. «Non può» dice il segretario generale del partito. Ed è guerra anche di cavilli. Se invece Corbyn decidesse di ignorare la rivolta, i ribelli avrebbero già pronto il piano B: un partito nel partito capace di eleggere un nuovo leader attraverso il gruppo parlamentare di Westminster. Secessione Labour.