Rizzoli: volevano che morissi, vivo per accusarli

Sei processi e sei assoluzioni definitive (dopo 26 anni) con formula piena. "I cavalieri senza macchia mi hanno tolto onore, saluti, affetti e aziende"

Angelone è diventato Angelino. L’ombra dell’omone che fu entra nel salone con passo esitante, quasi fosse ospite in casa propria. Trascina la gamba destra. Una mano, semiparalizzata, pende inerte lungo il fianco. L’hanno maciullato, ma non sono riusciti a distruggerlo. «Su questo, contavano: che morissi durante i 407 giorni passati in galera. Hanno fatto male i conti. Mai sottovalutare i cromosomi di famiglia. Mio bisnonno ciabattino era di Cavalese, Val di Fiemme, allora Austria. Montanari di grande tempra, teste dure».

Per comprendere nel dettaglio come avvenne lo scippo del Corriere della Sera bisogna leggere la doppia paginata che Nicola Porro ha scritto due domeniche fa sul Giornale. Ma per capire come l’ingiustizia può devastare un uomo bisogna venire a Roma, ai Parioli, nella casa di Angelo Rizzoli, 66 anni, detto Angelone o Angelo jr per distinguerlo dal nonno Angelo Rizzoli (1889-1970), il fondatore della casa editrice. «Loro, i cavalieri bianchi senza macchia, sapevano bene che soffro di sclerosi multipla dal 1963. E che cosa può fare un malato con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto - reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto - e privato della libertà per più di 13 mesi, di cui tre passati in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, né visite mediche, né cure specialistiche, sbattuto da un carcere all’altro, prima San Vittore, poi Como, poi Lodi, poi Bergamo, infine Rebibbia, allo scopo di fiaccarne il fisico e lo spirito? Può solo morire».

Invece è ancora qui. «Fossimo un Paese normale, sulla poltrona dove sta seduto lei dovrebbe esserci un suo collega del Corriere o della Repubblica, le due vestali dell’informazione libera, indipendente e pluralista, le pare? Non mi hanno mai cercato. Eppure stiamo parlando del più grande scandalo finanziario dal dopoguerra a oggi. Non una riga. Se non per dire che io ero il ladro e gli altri i salvatori della patria». Sospira. «Il Corrierone...». Lo perse quando era direttore un Fdb, Franco Di Bella. Lo ritrova con direttore un altro Fdb, Ferruccio de Bortoli.

«Faceva il praticante al Corriere dei Ragazzi. Lo assunsi io al Corriere d’Informazione e poi al Corriere della Sera. Ha fatto scrivere sulla mia tragedia 271 parole in tutto, compresi articoli e congiunzioni. Ma solo per raccontare lo “sfogo” e il “turbamento” di Piergaetano Marchetti, presidente del gruppo Rcs Media Group, dopo che gli avevano notificato il mio atto di citazione con cui, a trent’anni di distanza, chiedo al tribunale di Milano di dichiarare la nullità di tutti i passaggi che portarono ai nuovi assetti del Corriere».

Dagli «eredi societari» di quella cordata (composta da Gemina, Meta, Mittel e Arvedi) che rilevò la Rizzoli-Corriere della Sera, e cioè dallo stesso Marchetti, da Giovanni Bazoli, rappresentante di Intesa Sanpaolo e di Mittel, da Giuliano Zuccoli, presidente di Edison, e dall’imprenditore Giovanni Arvedi, reclama la restituzione di una cifra oscillante fra i 650 e i 750 milioni di euro, «vale a dire quanto Rcs capitalizza attualmente in Borsa».

Angelo Rizzoli ha deciso di restare vivo per cancellare il pregiudizio che per un quarto di secolo la Grande Stampa, stridente ossimoro, è riuscita a instillare negli italiani: che quest’uomo, tessera 532 della loggia massonica P2, fosse solo un bandito, reo d’aver nominato direttore il piduista Di Bella e asservito il Corriere ai disegni eversivi di Licio Gelli e Umberto Ortolani; un tipo losco che s’era legato mani e piedi ad altri due piduisti, Roberto Calvi, il banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, e il giannizzero di questi, Bruno Tassan Din, direttore generale della Rizzoli; un incapace che nel 1981 affossò il primo quotidiano d’Italia e la più importante impresa editoriale nazionale, seconda d’Europa per dimensioni, con una quota di mercato del 25%, un fatturato di 1.000 miliardi di lire, 10.000 dipendenti, 8 quotidiani, 25 periodici fra settimanali e mensili, la divisione libri, le cartiere e la Cineriz, la casa cinematografica che aveva prodotto la saga di don Camillo e Peppone ma anche La dolce vita di Federico Fellini e i film di Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Pietro Germi, Vittorio De Sica, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini; un bancarottiere che si fregò la cassa e la nascose all’estero. Non era vero niente.

«L’orgoglio è il mio peggiore difetto e la mia migliore qualità. Ho rinunciato a patteggiamenti, indulti, prescrizioni e altre scorciatoie perché volevo giustizia piena. Ho tenuto duro per 26 anni, fino a quando la Cassazione non mi ha restituito la mia dignità. Ho affrontato sei processi. Uno dopo l’altro sono stato assolto, sempre con formula piena e con la medesima motivazione: “Il reato non sussiste”. Se lei va a controllare al casellario giudiziale troverà questa annotazione: “Nulla”. Incensurato. Nessun altro procedimento in corso. Innocente per sentenza definitiva della Repubblica italiana».
Se dovesse compilare la voce biografica «Angelo Rizzoli» per la Garzantina, che cosa scriverebbe?
«Editore, proprietario del gruppo Rcs, arrestato ingiustamente il 18 febbraio 1983 e ingiustamente privato di tutti i suoi averi dalla spregiudicatezza e dall’avidità dei poteri finanziari italiani, che hanno completato il disegno criminoso della P2: estromettere Rizzoli dalla Rizzoli». Il famoso scippo. «Il termine scippo non rende l’idea. Nel 1981 possedevo il 90,2% delle azioni. L’80% di esse era temporaneamente in mano al Banco Ambrosiano presieduto da Calvi: un pegno risalente al 1977, quando mio padre Andrea era ricorso a un prestito di 20 miliardi per comprare la quota della Fiat nel Corriere. Il 29 aprile la Centrale Finanziaria, società di proprietà del gruppo Ambrosiano, acquistò il 40% delle mie azioni in cambio di 115 miliardi di lire e s’impegnò a versare altri 61 miliardi alla Rizzoli Editore, quale quota di aumento di capitale per il suo 40% appena rilevato da me. Al termine dell’operazione l’azienda doveva essere ricapitalizzata per 150 miliardi di lire, 500 milioni di euro d’oggi. Ma questa enorme somma non fu mai depositata alla Rizzoli bensì dirottata su conti bancari di Calvi, Gelli, Ortolani e Tassan Din in Irlanda e Sudamerica. Tutto puntualmente ricostruito nelle sentenze emesse in Italia, ma anche in Svizzera e in Irlanda. Né io né la Rizzoli vedemmo una lira. In compenso la casa editrice passò al Nuovo Banco Ambrosiano, poi Ambroveneto, oggi Intesa Sanpaolo».
Che non ha mai onorato quel contratto da 150 miliardi di lire.
«Peggio: ha accusato uno degli azionisti, cioè me, d’essersi intascato i soldi, ha avviato una richiesta di fallimento trasformata in amministrazione controllata, ha ottenuto il mio arresto e il sequestro dei beni di famiglia e ha svenduto il restante 50,2% delle mie azioni per circa 9 miliardi, a fronte di una perizia contabile eseguita per conto del tribunale di Milano dal professor Luigi Guatri, già rettore della Bocconi, che valutava il solo patrimonio attivo, senza valori di testata e di avviamento, almeno 270 miliardi di lire».
Trenta volte tanto.
«Già, 9 miliardi era il prezzo di un’edicola, non del pacchetto di controllo della principale casa editrice italiana. Eppure i custodi giudiziali che gestivano il mio patrimonio fissarono quell’importo assurdo. Fu così che il Nuovo Banco Ambrosiano impose la cessione delle mie azioni sotto sequestro a un gruppo amico comprendente Gemina, cioè Fiat e Mediobanca, Montedison, l’industriale democristiano Giovanni Arvedi e la finanziaria Mittel facente capo allo stesso Bazoli, nell’inedito ruolo di venditore, acquirente e anche arbitro, visto che il Nuovo Banco Ambrosiano era il maggior creditore della Rizzoli. Sostenere tre parti nella stessa commedia mi sembra eccessivo anche per uno come lui».
Per cui che cosa scriverebbe nella Garzantina su Giovanni Bazoli, regista di quell’operazione?
«Avvocato bresciano. Uomo indecifrabile. Vuol apparire come un santo, ma nella vicenda Rizzoli ha dimostrato una spregiudicatezza che non aveva nulla di ascetico».
E su Agnelli?
«Avvocato per antonomasia, pur senza esserlo. Privo di riflessi di coscienza. L’individuo più cinico che Angelo Rizzoli abbia mai conosciuto».
Perché?
«Nutriva un totale disprezzo per gli uomini e per tutto ciò che è relativo all’umanità. Mi conosceva fin da bambino, era presidente della Juventus quando mio padre lo era del Milan. Mi lamentai per il comportamento tenuto dalla Fiat. Mi rispose: “Caro Angelo, si sa che nel mondo degli affari vige la legge della giungla: il più forte mangia il più debole. E tu eri il più debole”. Un discorso così me lo sarei aspettato da Totò Riina, non dal primo gentiluomo d’Italia. Considerava i suoi simili animali da divorare».
Su Calvi che cosa scriverebbe?
«Non sprecherei nemmeno il tempo a compilare la sua voce biografica. Uomo oscuro. Doppio, triplo, quadruplo. Ti diceva una cosa, ma alludeva a un’altra. Non riuscivo a comprenderlo. Sono cresciuto in una famiglia in cui il bianco significa bianco e il nero significa nero. E buono non vuol dire cattivo».
Su monsignor Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior, la banca vaticana in affari con Calvi?
«Personaggio da film gangster americano. Una specie di Soprano in talare, originario della Lituania anziché di Avellino».
Chi glielo fece fare di mettersi con gente simile?
«Mio padre aveva comprato il Corriere e per pagarlo doveva vendere i suoi alberghi di Ischia. Gli segnalarono un funzionario dell’Inpdap, Ortolani, con entrature nel mercato immobiliare. Nel suo studio, in via Condotti a Roma, trovai ad attendermi Gelli, che Tassan Din già conosceva, e Calvi. Schierati al loro fianco c’erano Alberto Ferrari, direttore generale della Banca nazionale del lavoro; Giovanni Cresti, provveditore del Monte dei Paschi di Siena; Gaetano Stammati, che diventerà ministro delle Finanze nel quinto governo Moro. Tutti piduisti, come avrei scoperto dopo. E tutti deferentissimi con questo Gelli, che in seguito ritrovai al Quirinale, a Palazzo Chigi, nella sede della Dc a piazza del Gesù, nell’ufficio di Carlo Donat Cattin, a casa di Giacomo Mancini. Dappertutto. Ovunque andassi, lui c’era. Gelli aveva organizzato il rientro in Argentina di Juan Domingo Perón ed era considerato l’uomo di fiducia degli Usa, dove tutti i presidenti, da George Washington fino a Barack Obama, sono massoni, come lei sa. A me sembrò un commendatore provincialotto. Il fatto è che se cercavo Calvi per essere ricevuto, manco si faceva trovare al telefono. Se invece lo chiamava Gelli, mezz’ora dopo ero nell’ufficio di Calvi. Idem con i ministri. Mi convinsi che fosse meglio non averlo ostile».
Non ho capito una cosa: la sua defenestrazione dal Corriere fu premeditata fin dall’inizio oppure i suoi nemici si limitarono ad approfittare delle circostanze?
«Certamente fu decisa nel momento stesso in cui lo comprammo, luglio 1974. Io non decisi niente, non possedevo neppure un’azione. Avevo solo un brillante curriculum accademico: laurea col massimo dei voti a Pavia e specializzazione in media and communications alla Columbia University di New York. Nel 1971 ero l’erede designato del nonno. Mio padre mi nominò amministratore delegato della Rizzoli a 28 anni. Per arrivare al Corriere bisognava negoziare con la Dc. Segretario era Amintore Fanfani, che diede l’avallo a una condizione: “Dovete cacciare entro 24 ore il direttore Piero Ottone che ci ha fatto perdere il referendum sul divorzio”. Papà si dichiarò d’accordo e invitò Ottone a colazione nella sua casa di via del Gesù, me presente, per licenziarlo. Ma, giunti al caffè, gli rinnovò il contratto per altri tre anni». Da non credere. «Ottone aveva guadagnato 40.000 copie rispetto alla direzione di Giovanni Spadolini. E per mio padre, editore vecchio stampo, questo solo alla fine contava. S’immagini Fanfani. Giurò vendetta. Sparse la voce che eravamo inaffidabili, pericolosi e sovversivi. Per strangolarci bloccò il prezzo amministrato dei quotidiani e ordinò alle grandi banche, allora tutte statali, di chiuderci il credito. Così finimmo in bocca a Calvi, l’unico disposto a finanziare il gruppo Rizzoli».
Non potevate cercare di rabbonire Fanfani?
«Mio padre aveva un limite caratteriale: la timidezza. Non volle affrontare la situazione a viso aperto. A Roma mandò me. Fanfani mi ricevette nella sua casa di via Platone, in terrazza. Era seduto su un divanetto a dondolo, ma i piedi non toccavano terra, per cui la moglie Maria Pia era costretta a spingerlo. Una scena ridicola che aumentò il mio imbarazzo. Mi ricoprì d’insulti: “Bugiardi! Irresponsabili! Incapaci! Cialtroni!”. Non mi lasciò pronunciare neppure una parola. Concluse ammonendomi col dito: “Non venite a chiederci più nulla. Noi democristiani per voi Rizzoli non esistiamo più”. E così fu».
Immagino la gioia di Ottone.
«Ci ringraziò ossequioso. E tornò a fare il giornale che voleva lui. Tutti ne dedussero che l’eminenza grigia, la mente del ribaltone, il filocomunista fossi io. Mentre la regola di famiglia era sempre stata scegliere direttori bravi, talvolta di sinistra, come Arrigo Benedetti, talvolta di destra, come Edilio Rusconi».
Perché Giulia Maria Crespi, detta la zarina, pochi giorni dopo aver ordinato a Ottone di licenziare Indro Montanelli, che detestava, decise di vendervi il 33% del Corriere?
«Le avevano scoperto un tumore al seno ed era spaventata per il futuro dei figli. Inoltre mio padre le fece un’offerta irresistibile, giacché prevedeva che una notevole parte dei 27 miliardi di lire le venisse versata all’estero».
Sta dicendomi che la signora non pagò le tasse?
«Non ricordo se fosse già in vigore la legge Formica. Sta di fatto che una larga quota esentasse gliela depositammo in Svizzera».
La storia si ripete. Anche i Crespi nel 1925, complice il regime fascista, erano subentrati a Luigi Albertini nella proprietà del Corriere attraverso una serie di cavilli giuridici, proprio come Gemina e soci.
«Sì, ma Mussolini dispose che ad Albertini, pur inviso al regime, venissero versati 6 milioni in oro, con i quali il direttore-editore acquistò la tenuta di Torrimpietra dove visse per il resto dei suoi giorni. Invece i puri della Repubblica democratica e antifascista hanno annientato e depredato un innocente. E ora non gli dicono: “Avevi ragione tu, scusa tanto, ci dispiace”. No, gli dicono: “Ma dài, sono passati quasi trent’anni, dimentica”. Che cosa dovrei dimenticare? Che sono stato trattato da ladro? Che mio padre morì di crepacuore mentre suo figlio languiva da 102 giorni in una cella? Che mia sorella Isabella, appena diciottenne, fu indagata ingiustamente, privata del patrimonio e minacciata più volte di arresto, finché non si suicidò gettandosi dalla finestra per paura di finire in prigione? Che mio fratello Alberto subì due mesi di carcere e il sequestro dei beni per poi essere prosciolto in istruttoria? Che, siccome avevamo ceduto a una tipografia cecoslovacca le vecchie linotype del Corriere albertiniano, sono riusciti a imbastirmi contro persino un processo per aver venduto “materiale strategico” ai nemici del Patto di Varsavia?».
Neanche lo Stato le ha chiesto scusa? Non l’ha risarcita per l’ingiusta detenzione?
(Smorfia di disgusto). «La Costituzione è una pura esercitazione retorica. All’articolo 27 stabilisce che il detenuto non può essere sottoposto a trattamenti contrari al senso di umanità. Be’, io venivo persino ricattato dal direttore del carcere di Bergamo, dovevo pagare per tutto, altrimenti neanche i pacchi col cambio della biancheria mi sarebbero arrivati. Una volta pretese il frigo nuovo, una volta la libreria, una volta un milione di lire. La visita di Indro Montanelli mi costò un televisore, se non ricordo male».
A rigor di codice dovrebbero restituirle l’intera Rcs, una soluzione che però a distanza di cinque lustri viene giudicata impossibile dai suoi stessi legali.
«Non è più la stessa azienda, quindi punto alla “restituzione per equivalente”, cioè a un indennizzo. Per non sbagliare mi faccio assistere dall’avvocato Romano Vaccarella, ex giudice della Corte costituzionale, che in passato ha difeso sia Silvio Berlusconi che Massimo D’Alema. Più bipartisan di così».
Il 20 gennaio era fissata la prima udienza. Com’è andata?
«Rinviata al 16 marzo. La controparte sostiene che ha bisogno di tempo per studiarsi le carte. Singolare pretesto, dopo aver avuto a disposizione 26 anni. La tecnica non cambia: temporeggiare, dilazionare... Ma io sono qua. Non muoio».
Potendo, lei rivorrebbe solo il Corriere o l’intera Rcs?
«Non nutro alcuno spirito di restaurazione. Non mi sono mai sentito un re scacciato dal trono che aspetta di riprendersi il potere con le baionette. Non voglio tornare fra chi s’è dimostrato incapace di solidarietà. Quei signori sanno bene che l’azienda l’ha fatta mio nonno nel 1909 e che io là dentro ho bruciato la mia vita».
Angelo senior diceva che «i soldi bisogna farseli perdonare».
«E infatti lui ricostruì il collegio dei Martinitt dove aveva passato l’infanzia da orfano, regalò a Milano il padiglione della Mangiagalli, donò l’ospedale a Ischia. Su consiglio del suo amico Pietro Nenni, col quale giocava a bocce, fece risorgere dalle ceneri Marzabotto rasa al suolo dai nazifascisti, piantandoci una cartiera e le case per gli operai. A me non sono stati lasciati né il tempo né i soldi da farmi perdonare».
Che cosa prova la mattina sfogliando il Corriere?
(Accarezza il bracciolo della poltrona). «Delusione. Lo dico da lettore. A che serve un giornale se non denuncia le malefatte dei poteri forti?».
Il suo Corriere lo faceva?
«Fui insultato dal ministro degli Interni, Virginio Rognoni, perché avevamo svelato che lo Stato era sceso a patti col camorrista Raffaele Cutolo per ottenere la liberazione del dc Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate rosse. Ciriaco De Mita mi sollevò di peso perché scrivemmo che a tre giorni dal terremoto in Irpinia gli inviati del Corriere erano gli unici soccorritori arrivati a Sant’Angelo dei Lombardi. Cercammo di favorire la trattativa con le Br per liberare Aldo Moro, e infatti nel diario della prigionia lo statista profetizza che sarei stato l’ultimo editore puro, anche se io preferisco editore professionista. Mio Dio, se ci ha indovinato...».
E tornerebbe a fare l’editore puro?
«Sì. Se il caso me ne offrisse l’opportunità, ci penserei. Ma non del Corriere, non di un giornale in mano a un parlamentino di 17 azionisti lottizzati dai partiti».
Come se ai suoi tempi i partiti fossero stati estranei alla proprietà del Corriere... Suvvia.
«Non dico di no. Ma a portarceli fu Tassan Din. Si legò a doppio filo col Pci per paura che venissero a galla le sue ruberie. Non parlo solo dei 150 miliardi fatti sparire all’estero. Parlo anche dei 7 miliardi che a mia insaputa prelevò dai conti della Rizzoli e regalò a Ortolani: è nelle carte processuali. Quando il 2 ottobre 1981 convocai un consiglio d’amministrazione per far dimettere Tassan Din, mi telefonò inviperito Adalberto Minucci, il deputato che ha fatto parte della segreteria di Enrico Berlinguer: “Questa è una manovra socialista! Porremo il veto”. Subito dopo mi chiamò Calvi: “Il Pci vuole Tassan Din e io non intendo inimicarmi il partito più vicino alla magistratura. Quindi i miei consiglieri voteranno perché resti”. Lo credo bene: era suo complice». Una decina d’anni fa andai a Venezia alla Canal & Stamperia di Tassan Din per tentare d’intervistarlo. Rifiutò. Appariva terrorizzato. Si offrì persino di pubblicarmi un libro, nonostante fosse editore di cataloghi d’arte, pur di non dover rispondere alle mie domande.
Secondo lei che cos’altro aveva ancora da temere?
«Con tutte le condanne che si ritrovava sul gobbo, gli sarebbero subito saltati addosso. Tassan Din aveva una sua genialità nel mantenere gli equilibri. Si barcamenava fra Gelli e Ortolani, due ladri di polli che non si sono mai occupati dei destini dell’Italia ma solo dei loro affaracci, ed era bravissimo a tenersi buono il soviet della Rizzoli».
Rappresentato da Raffaele Fiengo, leader storico del comitato di redazione.
«Esatto. Il presidente Sandro Pertini m’aveva ingiunto di affidare il Corriere ad Alberto Cavallari, direttore del Gazzettino. Io non ero affatto d’accordo, anche per ragioni caratteriali: a Venezia, durante una scenataccia, s’era spogliato mezzo nudo in redazione. Da Bari, dove si trovava per il congresso della Federazione nazionale della stampa, mi telefonò Fiengo, avvertendomi che, se non fosse passato Cavallari, i sindacati avrebbero eretto le barricate».
In precedenza lei aveva nominato Di Bella, che era iscritto alla P2.
«Io volevo Alberto Ronchey. Ma era troppo amico di Agnelli. E Calvi, che odiava il presidente della Fiat, si oppose. Dal suo punto di vista non aveva tutti i torti, considerato che un giorno l’Avvocato, reduce come il banchiere dalla spedizione dell’Armir, mi disse: “Era meglio se Calvi moriva durante la campagna di Russia”».
Voi Rizzoli dovevate dar retta a Montanelli, che vi offriva Il Giornale gratis. Rifiutaste. «Perderete tutto quello che avete», vi pronosticò.
«Papà voleva solo realizzare il sogno di mio nonno: avere un quotidiano. Montanelli se n’era andato dal Corriere perché per tre volte la Crespi aveva stoppato la sua nomina a direttore, preferendogli prima Alfio Russo, poi Giovanni Spadolini, quindi Piero Ottone. Quando venne a offrire a mio padre Il Giornale, si sentì rispondere: “Arrivi tardi. Ho già concluso con Angelo Moratti per il Corriere e sono in parole con la Crespi e Agnelli per le loro quote”. Restai di stucco. Non lo sapevo nemmeno io. Da quel giorno Montanelli tolse il saluto a mio padre e non volle mai più vederlo».
Dove ha trovato la forza per non arrendersi?
«In Melania, mia moglie. La conobbi nell’89. Craxi voleva vendermi un terreno vicino a Siena. Io non avevo nessuna voglia d’andare a vederlo, perciò m’inventai che stavo più male del solito. Bettino replicò: “Allora ti mando il mio medico”. E arrivò Melania, che curava Craxi per il diabete. Una donna straordinaria. Mi ha dato due figli. Mi ha salvato la vita. Io ho cronicizzato in qualche modo la sclerosi multipla, lei ha sconfitto due tumori. Siamo due sopravvissuti».
Tornerebbe a Milano?
«No. Un conto è costruire le città col cemento, un altro conto è costruirle con la cultura, i libri, i giornali. Mio nonno ha realizzato entrambe le cose: dopo la guerra rimise in piedi la Scala e Brera. I milanesi facevano la coda per omaggiarlo in via Montenapoleone. Ma appena hanno letto che suo nipote era un mascalzone, ci hanno creduto subito. Uscito di prigione, le grandi famiglie, che per un secolo ci avevano riverito, mi telefonavano prima di dare i ricevimenti: “Sai, non possiamo invitarti, metteresti in imbarazzo i nostri ospiti”».
Ha qualcosa da rimproverarsi?
«La troppa ingenuità. Se non avessi commesso molti errori, non sarei finito come sono finito. Quante cose non rifarei!».
C’è qualcuno a cui vuol chiedere scusa?
«A chi ho involontariamente fatto soffrire per tutte queste vicissitudini...». (La voce s’incrina). «A cominciare dai miei morti». (Adesso piange).
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it