Torna Fabrizio Moro: "Sono un figlio di nessuno. E lotto come Rocky"

Mica facile essere Fabrizio Moro. Ha compiuto 44 anni (ieri), pubblica il decimo disco (dopodomani) e conserva l'abitudine di non fare compromessi (da sempre). A bordo di qualche polemica e di posizioni forti, come ad esempio nel brano Fermi con le mani dedicato nel 2010 alla vicenda di Stefano Cucchi («Sembravo pazzo, nessuno ne parlava, solo Mollica al Tg1 mi ha dato spazio»), ha viaggiato pian piano verso un successo che oggi lo inserisce tra i pesi massimi del nostro pop.

Insomma, questo romano di San Basilio, ciuffo impertinente e volontà invadente, pubblico addirittura il suo decimo disco ma conferma di avere la grinta di un debuttante. In Figli di nessuno ci sono i riflessi della sua cultura musicale, dal rock implacabile che sa di Rage Against The Machine (Quasi) al cantautorato puro (Come te) fino al melting pot curioso e straniante di Me' nnamoravo de te, che mescola chitarra grunge a una base hip hop e a un titolo in romanesco: «In realtà avrebbe dovuto intitolarsi Mi sono innamorato di te, ma in romanesco mi sembrava più musicale».

Per dirla tutta, Fabrizio Moro è uno che «non mi sta bene niente» come recita un brano: «Sono un bastian contrario sin da ragazzino quando all'oratorio suonavamo i brani punk perché rispecchiavano anche la nostra attitudine».

Poi dopo, mentre di giorno magari faceva il facchino alla stazione Termini per mantenersi, alla sera suonava con la band nei localini e nei pub mettendo in scaletta brani di Guns N'Roses, U2, Doors e anche Ligabue giusto per liberare energia, mica solo per compiacere il pubblico, per altro scarso.

E questo bisogno di ribellione, come dice, «mi è costato molto e ha rallentato i tempi del mio percorso anche perché io non sono quasi mai sceso a compromessi», spiega con un accento da romano di borgata che rende la sua parlata tonda e confidenziale.

Lo diventa ancor di più quando spiega che Filo d'erba è dedicata a suo figlio Libero di 10 anni: «Nei suoi occhi vedo le sconfitte mie e di sua madre, che poi ci siamo divisi. Il filo d'erba è fragile e in balia della natura. Sarà questo che spiegherò a Libero quando ascolterà questo brano». Il bello di Fabrizio Moro è che non è stato lanciato da un singolo evento (ha vinto Sanremo Giovani con Pensa dieci anni dopo aver pubblicato il primo brano) ma è il risultato di salti e inciampi, di progetti sgretolati e successi sudati.

È, per capirci, uno che ha «bisogno di credere» come lui sta cantando in radio in queste settimane. «Questo disco è una benedizione perché arriva dopo due Festival di Sanremo consecutivi l'ultimo dei quali vinto con Ermal Meta e circa 130 concerti in due anni (e dal 12 ottobre a Catania ripartirà di nuovo - ndr). Pensavo non sarei riuscito a scrivere neanche una canzone e invece sono stato guidato quasi da una mano invisibile. Anche per questo sono un credente, ho fede e la fede non è soltanto quella religiosa. Comunque prego spesso, prego per avere più forza nella vita».

Questa sensibilità, talvolta, porta ad amplificare le sensazioni e i timori e a diventare, in poche parole, ipocondriaci: «Ne parlo in Arresto cardiaco: l'ipocondria è l'ultima paura che mi è rimasta e talvolta si declina anche in attacchi di panico nei momenti nei quali non te li aspetti». Sono quei momenti nei quali temi che «non aveva torto il prete in oratorio diceva che sarei finito in purgatorio».

Alla fine, ogni canzone di questo disco è la tappa della vita di un «figlio di nessuno» che da San Basilio l'ha affrontata «alla maniera di Rocky Balboa che è diventato campione partendo dal ghetto: dopotutto una vittoria dopo aver preso tanti pugni dà molta più soddisfazione».