Al solito, la Fondazione Luigi Rovati ci ha lasciato a bocca aperta. Non tanto o non solo per la qualità espositiva di questa nuova mostra temporanea allestita negli spazi ipogei del museo d’arte di corso Venezia, ma per l’allestimento originale, valorizzato dalle vetrofanie e dagli interventi dell’artista 63enne milanese Mauro Ceolin, che impreziosisce le teche allestite per ospitare i reperti di «Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari» (fino al 10 gennaio). La mostra, a cura di Giovanna Gambacurta, Laura Maria Michetti, Giulio Paolucci, Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, è un fascinoso viaggio nell’Italia preromana per scoprire come il contatto con il divino passasse attraverso fiumi, sorgenti e acque termali. Realizzata in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia (dove nei mesi scorsi è stata esposta, in un progetto diverso e complementare, nelle sale di Palazzo Ducale facendo il pieno di visitatori), la mostra propone un confronto inedito e rigoroso sul ruolo fondativo dell’acqua nel primo millennio avanti Cristo per le due grandi civiltà del Nord e Centro Italia, quella etrusca e quella veneta, con un’interessante parentesi dedicata anche al popolo sardo.
Ad accogliere il visitatore nella sala ipogea ideata dall’architetto Mario Cucinella, sempre perfetta per mostre di questo genere, c’è una grande scultura in terracotta: è la divinità etrusca dell’Aurora, ritrovata negli scavi a Chianciano Terme quarant’anni fa. Poco distante, il Disco di Montebelluna introduce alla civiltà dei Veneti antichi attraverso la raffigurazione della «Signora della Natura». Il percorso si snoda tra sezioni dedicate alle acque miracolose e ai luoghi di culto, in un crescendo di bellezza fino alla parte finale dove spiccano otto bronzi provenienti dagli scavi di San Casciano dei Bagni, una recente scoperta dell’archeologia che continua a regalare sorprese: sono teste di fanciullo, di uomo e di donna, e statuette votive create per «ingraziarsi la fonte calda», considerata miracolosa per guarire da qualche malanno. Sono state conservate nei fanghi caldi e appaiono modernissime, nel loro aspetto. L’acqua è elemento naturale di molti santuari: può essere salvifica e medicamentosa, ma anche pericolosa e dunque da blandire con preghiere. Interessante notare che nelle civiltà preromane i santuari dedicati al culto delle acque (termali e non solo) diventano centri non solo «di salute pubblica» ma luoghi dove si concentra il potere politico. Ne parliamo con Giovanna Forlanelli, presidente della Fondazione Luigi Rovati: «Questa mostra ci permette di indagare sul ruolo che all’epoca veniva attribuito all’acqua non solo come elemento sacro, ma anche come risorsa legata alla salute e alla vita delle comunità. Sono temi che trovano una particolare corrispondenza nella visione della nostra fondazione, attenta alle relazioni tra arte, cultura e benessere».
