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La lezione di Oriana sull'odio islamista. Aveva già capito la sottomissione

Ieri avrebbe compiuto 97 anni. Aveva l'assoluta certezza che questa religione e i suoi praticanti ci vogliono tutti quanti semplicemente oppressi oppure morti

La lezione di Oriana sull'odio islamista. Aveva già capito la sottomissione

Quando mi è giunta la notizia che Giorgia Meloni ha voluto ricordare pubblicamente il giorno del compleanno di Oriana Fallaci, ho provato qualcosa di molto simile alla felicità. Un sentimento raro, dalle mie parti, di solito sostituito da una solida e rassegnata ironia. Eppure, sapere che le istituzioni di questo disgraziato Paese si sono ricordate di lei mi ha scaldato il cuore. Avrebbe compiuto novantasette anni. Un'età veneranda, che la sua carne non ha potuto raggiungere, divorata com'era da quell'alieno che l'ha consumata un pezzo alla volta, ma chi l'ha amata festeggia con lei, consegnata com'è alla storia e, lasciatemelo dire, all'immortalità.

La mente, quando si parla di Oriana, corre inevitabilmente all'indietro. Al penultimo anno della sua vita, l'ultimo compleanno che celebrò su questa terra, il 29 giugno. Era mia ospite a Milano, nell'appartamento di piazza Duse. Una sistemazione d'eccezione: decisi infatti di trasferirmi altrove per tutta la durata del suo soggiorno, così da lasciarle l'intero spazio vitale che spettava a una tigre della sua spregiudicata statura. Un privilegio che allora mi sembrava naturale e che oggi, a distanza di anni, considero un titolo d'onore superiore a qualsiasi medaglia. Era già molto malata, debole nel corpo ma ferina nello spirito. Quel giorno volle fare un'eccezione alla sua ascesi medica: pretese di bere mezzo bicchiere di Dom Pérignon. Lo sorseggiò con la lentezza di chi sa che ogni goccia è un pezzo di vita che se ne va, o che ritorna.

Poi, guardandomi con quegli occhi che avevano visto il mondo e le sue macellerie, mi chiese un regalo insolito. Niente gioielli, niente libri, niente lodi sperticate, che d'altronde detestava. Mi chiese semplicemente di accompagnarla dal salumiere. Si trovava a trecento metri dal mio portone, una distanza che per un uomo sano è una passeggiata distratta e che per lei, in quel momento, rappresentava un'ascesa al Calvario. Ma la Fallaci era la Fallaci. Non sarebbe uscita per strada trasandata, nemmeno per andare a comprare due etti di prosciutto. Si vestì elegantissima, con una cura meticolosa, quasi maniacale. Si mise un cappello magnifico, ad adornare un viso che ormai si era ridotto a quello di uno scricciolo morente. Ma aveva occhi d'aquila, e ti avrebbe cavato i tuoi se solo avessi osato guardarla con compassione. Camminammo piano, a braccetto, in un silenzio che valeva più di mille interviste. Questo era il suo modo di stare al mondo: dritta fino all'ultimo centimetro di strada.

Che cosa ci ha lasciato questa donna straordinaria? A me, personalmente, ha lasciato un vuoto che non so riempire. E badate che io sono uno abituato alle assenze, considero il sentimentalismo una malattia della volontà. Eppure, la sua mancanza in certi momenti è presente come un chiodo nei reni.

All'Italia ha lasciato, comunque, una lezione di lucidità che nessuna retorica deve poter addomesticare spiegandola come l'esasperazione di un particolare temperamento. No, lei aveva dimostrato la verità dei suoi pensieri sull'islam, che avevano la forza dell'evidenza e una chiarezza disarmante. E perciò le valsero l'esilio morale di una sinistra ottusa e della destra esoterica. Oriana aveva l'assoluta certezza che questa religione e i suoi praticanti ci volevano semplicemente sottomessi o morti: perciò meritavano odio. Non era un odio irrazionale, il suo. Era un odio teologico, politico, esistenziale. Ma la grandezza della Fallaci stava nella sua onestà intellettuale, una dote che oggi come allora è merce più rara del tartufo bianco. Ai feroci guerrieri di Osama bin Laden, ai tagliagole che pianificavano il terrore, era pronta a riconoscere una virtù terribile: la disponibilità a morire per la causa di Allah.

Era proprio questa tragica grandezza che lei non scorgeva più nell'Occidente. Guardava i nostri popoli, presunti cristiani, e vi vedeva solo una massa di smidollati, gente incapace di dare la propria vita per la propria identità, per la propria libertà: cioè per il suono delle campane. Vedeva un'Europa che si svendeva un tanto al chilo per vigliaccheria in flanella. Per Oriana esistevano solo due categorie dello spirito: l'amore o l'odio. Tutto il resto la moderazione, il compromesso, il politicamente corretto per lei era solo schifosa tiepidezza. E i tiepidi, lo dice anche la Bibbia, vanno vomitati.

C'era poi la sua scrittura. Dio mio, come scriveva. Curava la propria prosa come una madre fa con il piccino, con una dedizione feroce e tenerissima. La lingua italiana nelle sue mani diventava una tavolozza da cui attingere ogni colore, la tastiera del pianoforte per Benedetti Michelangeli: ne cercava il ritmo, ne assecondava l'onda, dolce e dura allo stesso tempo, ma sempre cristallina anche quando smuoveva il fango dal fondale. Non c'era una virgola sbiadita nei suoi testi, non un aggettivo slabbrato. Leggerla era come bere un distillato di rose e di cactus: poteva bruciare la gola, ma non ti lasciava mai sazio.

Rimane in me un grande rammarico, tutto istituzionale. Quando Oriana era ancora tra noi, dalle colonne di Libero lanciammo una grandiosa mobilitazione popolare per chiedere che venisse nominata senatrice a vita. In pochissimi giorni raccogliemmo circa centomila firme, se la memoria non mi inganna. Le depositammo sull'Alto Colle con un Tir, esagero, ma lei apprezzerà l'iperbole. Un'enormità, il segno tangibile di quanto la gente autentica ne riconoscesse il valore immenso. Eppure, i predecessori dell'attuale inquilino del Quirinale preferirono evitare grane mussulmane, con due esse, per favore, come usava lei, ignorando quella richiesta passionale del Paese dove il sì suona.

Oggi vorrei riproporre fuori tempo l'idea al presidente Sergio Mattarella. Non è una boutade, ma realismo magico. Vorrei chiedergli di nominarla comunque. Le norme costituzionali sono dalla mia: non specificano infatti che tale prerogativa sia riservata ai viventi, ma soltanto che sia a vita.

La quale vita in Oriana si è solo attutita un po' nelle ossa, ma è immortale. Le sue parole continueranno a suonare come campane a stormo, e se quelle dovessero essere abbattute, la loro vibrazione perdurerà invincibile, mentre noi saremo già polvere dimenticata.

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