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Serialità

Il giudice che sfidò la mafia con la legge (e la fede)

Michele Placido ha diretto la fiction su Rosario Livatino ucciso dai killer che è diventato il primo beato della categoria. Il protagonista De Domenico: “Era un uomo cristiano nei fatti, più che nelle parole”

(L-R) Ninni Bruschetta, Michela De Rossi, Leonardo Maltese, Giuseppe De Domenico, Michele Placido, Francesco Benigno, Salvatore Madonia and Brenno Placido pose during a photocall for the movie �Livatino - Il giudice e I suoi assassini' at the 21st Rome Film Festival in Rome, Italy, 21 October 2026. The Festa del Cinema di Roma runs from 13 to 25 October 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

La corsa pesante, il respiro affannoso: un giovane uomo ferito scappa attraverso i campi che costeggiano la statale Agrigento-Caltanissetta. Comincia dalla fine, Livatino Il giudice e i suoi assassini: dall’inseguimento con cui il 21 settembre 1990 Rosario Livatino tentò di sottrarsi ai sicari che, al termine di quella fuga, l’avrebbero martirizzato «in odium fidei». Facendone, così, il primo magistrato proclamato beato dalla Chiesa cattolica. E i destini opposti del martire e dei suoi boia s’inseguono, alternandosi, per tutta la serie Rai, presentata ieri sera alla Festa del Cinema di Roma, in collaborazione col Mia Market, alla presenza del presidente Mattarella. «È stata la vera sfida di questo film - commenta Michele Placido, regista e co-sceneggiatore delle due puntate, su Raiuno il 9 e 10 novembre -. Seguire un binario parallelo: da una parte il Bene, rappresentato dal protagonista, dall’altra il Male, i suoi killer. Due strade che apparentemente non s’incontrano mai - se non, purtroppo, alla fine - ma che hanno ugualmente qualcosa in comune».

E questo qualcosa è l’umanità: quella per cui «il credente Livatino rimane turbato quand’è costretto a chiedere un ergastolo per un ragazzo di appena vent’anni. O quando va in carcere a verificare in che condizioni vivano i reclusi». La stessa umanità con cui la fiction guarda alle radici del Male in cui crescono i sicari del giudice; poco più giovani di lui ma dal destino opposto. «Perché in fondo nell’incrocio di quel giorno fatale, sulla statale Agrigento Caltanissetta - osserva Leonardo Maltese, interprete di Tano, uno dei killer - le vite spezzate sono state più di una». Essenziale alla presa emotiva di Livatino è il suo forte contenuto etico, che nel protagonista nasce dalla fedeltà assoluta al Vangelo. «Io da giovane volevo diventare santo - confida Placido -. Davvero: per quattro anni ho vissuto in un collegio di missionari. I miei sentimenti, la mia cultura, il mio modo d’intendere la vita, sono religiosi». «Come abbiamo evitato che la fiction scadesse però nell’agiografia o nel santino? - si chiede Giuseppe De Domenico, sensibile e credibile protagonista -. Seguendo la lezione stessa del giudice. Lui era cristiano nei fatti, più che nelle parole: Quando moriremo ha scritto - non ci chiederanno quanto siamo stati credenti. Ma credibili. E c’è una battuta del personaggio che mi pare illuminante: Ho paura di avere paura. Eppure un vero credente, che si affidi totalmente a Dio, paura non dovrebbe averne. Ecco: questo ci dimostra quanto si possa essere beati pur rimanendo strettamente umani». È stato proprio il rigore etico del protagonista, a far nascere in Placido l’idea di questa fiction: «Quando seppi della sua beatificazione ad Agrigento provai una curiosità enorme. Partii apposta per assistere alla cerimonia. Poi alcuni ex colleghi del giudice mi mostrarono dei suoi fascicoli, nei quali lessi una cosa inattesa: Livatino conosceva Falcone e Borsellino, era da loro stimato, li incontrò varie volte. E subito pensai, come diceva Mario Monicelli: Questa storia va raccontata». Due mesi dopo Placido riceve una telefonata dal Vaticano. «Papa Francesco voleva incontrarmi. Un incontro che però doveva rimanere segreto. Vorrei sapere - mi chiese, con un gran sorriso - se è vero che vuole fare un film sul giudice Livatino». «Santità: ora che me lo dice lei lo farò senz’altro!». Nella prima puntata il regista (che si è riservato un piccolo cameo da sacerdote) si è concesso anche un’emozionante autocitazione. Si vede infatti un televisore che trasmette il finale de La Piovra: la celebre serie tv in cui lo stesso Placido, nei panni del popolarissimo commissario Cattani, viene ucciso dalla mafia.

«L’idea mi è venuta quando, visitando la casa di Livatino, ho scoperto che lui possedeva delle videocassette de La Piovra». Quanto alla presenza di Mattarella alla proiezione della fiction: «L’annuncio della sua presenza mi ha emozionato enormemente - ammette -. Soprattutto pensando alla sua esperienza personale; alla tragedia simile che lui stesso ha vissuto».