Aguirre furore dell’Osasuna in testa con la tattica di Zapata

Il segreto del Pamplona: tutti giocano gli stessi minuti (tranne Milosevic)

Maurizio Acerbi

Si parla tanto, e spesso a sproposito, di democrazia, ma quella che vige nello spogliatoio dell’Osasuna, la squadra di Pamplona che guida a sorpresa la Liga spagnola, è davvero speciale. Merito di Javier Aguirre, il tecnico messicano artefice del miracolo, l’uomo capace di esportare, in Europa, un’immagine della città della Navarra non solo associata ai famosi «Los Sanfermines» (le feste, della prima quindicina di luglio, in onore di San Firmino di Ameins con la celebre corsa dei tori) ma anche alla sua squadra di pallone.
Zapatista convinto per via anche di un’infanzia di povertà («Mio padre lavorava la terra, mia madre era insegnante di piano, a casa eravamo sette figli, si faticava a trovare il pane, per me stare dalla parte di chi lavora non è difficile»), l’allenatore nativo di Città del Messico ha trasferito la filosofia di Zapata anche nel suo Osasuna, che in basco significa «Salute, forza e vigore». Applicando quello che avviene nelle Giunte di Buon Governo indigene dove, a rotazione, tutti possono entrare a farne parte, Aguirre ha preteso che nella sua squadra tutti dovessero essere considerati allo stesso livello.
Il classico «sono tutti titolari» che viene snocciolato da allenatori Pinocchio che poi fan giocare sempre gli stessi, all’Osasuna è realtà pura. Ciò che conta è il 4-4-2; poi, chi scende in campo è quasi un dettaglio, nel senso che spesso da una partita con l’altra cambia, quasi di regola, metà formazione, portieri compresi. L’unico per il quale Aguirre sembra fare un’eccezione è Savo Milosevic, l’attaccante che nel Parma non lasciò un gran ricordo ma che qui rappresenta la «stella» della squadra; tanto che è stato schierato titolare in 10 partite su 11 di campionato.
Eppure, con le sue idee, l’ex ct della nazionale messicana ha fatto fare il salto di qualità ad una formazione che solo cinque anni fa militava in seconda divisione. Provate ora ad immaginare Aguirre e la sua filosofia sulla panchina dell’Inter, un’idea non così bislacca perchè tra la formazione di via Durini e l’allenatore dell’Osasuna la stima è reciproca da tempo. Merito anche del sub-comandante Marcos, il capo indiscusso degli indigeni americani che nella famosa lettera spedita, la scorsa primavera, a Moratti per organizzare una doppia sfida tra una sorta di «nazionale» zapatista e l’Inter, ha parlato di Aguirre. Non un caso, perchè l’ex centrocampista partecipò, nel 1999, alla partita (unica, per ora) tra una rappresentanza zapatista e una messicana.