Alla Biennale di New York

Un titolo secco come una data: «2010». All’insegna del «qui e ora», dunque, la nuova edizione della Biennale del Whitney, che si apre a New York giovedì prossimo, 25 febbraio, particolarmente interessante per il nostro Paese poiché è stato chiamato a dirigerla, per la prima volta nella storia, un italiano, Francesco Bonami.
Nata come la più esaustiva rassegna sull’arte americana contemporanea, la Biennale del Whitney si è via via modificata includendo molteplici contributi che seguono la fisionomia di una città-mondo. Bonami ha drasticamente ridotto il numero degli artisti, appena 55, e con una sola opera a testa, puntando sulla chiarezza espositiva, sulla varietà generazionale e sulla compresenza dei linguaggi. Poche le superstar invitate, il californiano Charles Ray diventato famoso per le installazioni «post-umane», il polacco concettuale Piotr Uklansky. Interessanti alcune riscoperte, come Ari Marcopulos, fotografo della Factory di Warhol; molto spazio alla pittura, con l’eccellente astratto Richard Aldrich, il transavanguardista internazionale George Condo, l’enigmatico Verne Dawson.
La vera sorpresa di questa 75ª edizione, che mai ti saresti aspettato da un critico come Bonami poco propenso alle contaminazioni, è l’inserimento di Robert Williams, figura di culto nella controcultura americana, adorato da un pubblico, realmente trasversale, alla stregua di una rockstar. Nato a Los Angeles nel 1941, disegnatore per Zap, famoso fumetto underground, Williams è il fondatore della rivista Juxtapoz, bibbia del Low Brow, conosciuto anche come Pop Surrealism che lui stesso definisce «surrealismo astratto contaminato dalle vignette», e antitesi dell’High Brow, ovvero tutta quella paccottiglia intellettualistica di cui sono pieni i musei e che il nostro Bob necessariamente si troverà tra i piedi anche questa volta. Creatore di una nuova psichedelia, ha influenzato una generazione di artisti che si ispirano alle vignette, ai cartoni animati, ai B-movie, alla surfer art, ai tatuaggi.
«Sono entrato nel mondo dell’arte negli anni ’60 - racconta Williams -, quando dominava l’espressionismo astratto, e l’arte figurativa era considerata come la peggior cosa che potesse succedere al mondo: la produzione di deficienti che non erano capaci di pensare all’astrazione o in due dimensioni... Al mondo dell’arte piace l’idea di essere intellettuale. Allora tu guardi a tutte queste dannate cose e ti sembra che siano state espulse analmente o una cosa del genere. Che intelligenza o emozione può esserci nel cercare di capirle? Questo è sempre stato un problema per me. Ho sempre trovato molto difficile essere accettato dalla cultura accademica...». E ancora: «La parola “arte” è solo un fottuto scherzo. Quando la gente mi chiede cosa fai, io rispondo “sono un artista” ed è davvero difficile restare serio. Probabilmente se dicessi di essere un illustratore avrei più rispetto. Ho adottato la filosofia di vita di essere sempre nei guai con la polizia. Non mi sono mai diplomato alle superiori. Sono sempre stato lento, duro nell’apprendimento, dislessico talvolta, ma poi mi sono reso conto che sarei rimasto per sempre al livello più basso, e sarei stato fottuto senza vedere dove poter arrivare».
Il suo lavoro più famoso è Appetite for Destruction (un olio su tela del 1979), la prima copertina dell’omonimo disco dei Guns N’ Roses del 1987, uno degli album più venduti (oltre 28 milioni di copie nel mondo) di tutti i tempi. La casa discografica Geffen ritirò dal mercato questa prima versione perché molti rivenditori si rifiutavano di tenere in negozio l’immagine di un mostro volante che difende una ragazza svenuta, con il seno scoperto e le mutandine abbassate, da un robot che si avvicina minaccioso per stuprarla. Contro questa illustrazione poco poteva l’adesivo che metteva in guardia il pubblico: «Contains Language Which Maybe Unsuitable» (contiene linguaggio offensivo). David Helton, uno dei fondatori di Rolling Stone, ha scritto: «È stato come se gli Hell’s Angels fossero penetrati nel sacro spazio bianco della Galleria sulle loro Harley minacciando di coinvolgere la Monna Lisa in una gang-bang». Il disco venne poi rimesso in commercio con una nuova copertina, sulla quale è raffigurato il famoso tatuaggio di Axl Rose. Quella originale è ricercata e, se l’avete in casa, tenetela stretta: vale un bel po’di soldi.
Oggi l’arte di Williams è finalmente riconosciuta, consacrata dalla mostra nella galleria di Tony Shafrazi, a New York, e anche la critica specializzata sembra aver cambiato radicalmente parere. C’è chi lo descrive addirittura come uno degli artisti più importanti degli ultimi quarant’anni: «Sta facendo esattamente il genere di arte che potrebbe essere utilizzata per girare uno spot con la scenografia di un museo tra mille anni. La sua rivoluzione, infatti, più che aver ignorato i protocolli dell’arte, è aver infranto la maggior parte delle regole».