c’era una volta il

E adesso chi glielo dice che c’era una volta il tennis? «Vaglielo a racconta’ a Federer», che non è solo il titolo di un capitolo ma una storia che oggi è diventata un libro e che è la vicenda umana di uno sportivo per sempre, Nicola Pietrangeli, e di un’amicizia vera, tenera, inossidabile, quella con Lea Pericoli. Una storia che oggi lei racconta intervistandolo, anzi chiacchierando con lui per 235 pagine, giusto per far conoscere - al numero uno di oggi, ma certo non solo - quel tennis che non c’è più, quell’avventura in cui vittorie e sconfitte sono la pagina di un viaggio, quell’essere ricchi dentro senza neppure avere un soldo, perché «quante volte mi sono sentito dire: “Certo, ti fossi allenato seriamente avresti vinto di più”. E io freddamente rispondevo: “Sì! Ma sapete quanto mi sarei divertito di meno...». Ecco questo è Nicola Pietrangeli, l’uomo che dice di non aver mai lavorato perché non ne aveva proprio il tempo e che per il tennis italiano è stato una pietra messa nelle fondamenta della nostra passione. E così è come lo racconta Lea Pericoli, la nostra Divina delle racchette, ma soprattutto sua compagna di un’avventura impagabile. La vita.
C’era una volta

«Raccontando la storia di Nicola ho capito che la cosa più importante è non perdere mai il sorriso, anche nei momenti più difficili. Nicola è così, uno che ha vissuto come voleva vivere e il suo unico difetto è quello di essere tremendamente pigro, ma chissà se poi è davvero un difetto. Quello che so è che è un amico leale e sincero, uno che trovi sempre accanto quando hai bisogno. E nella storia difficile dell’esistenza di ognuno di noi, questo è quello che conta davvero».
C’era una volta, insomma, così come inizia il libro di Lea, così come comincia la vita di Nicola, partita dall’incrocio in Africa di una famiglia nobile russa scappata dalla rivoluzione d’ottobre con quella di un manovale italiano sbarcato a Tunisi per cercare fortuna. Il destino di Anna e Giulio - i genitori di Nicola - e di una famiglia benestante nella Tunisia di una volta che ripartirà di nuovo da zero a causa della guerra e dalla diffidenza di nonno Michele dal separarsi da quanto aveva costruito a colpi di badile. «Quando arrivarono gli alleati la famiglia Pietrangeli perse tutto quello aveva - racconta Nicola nel libro -. Addio al denaro. Addio alle belle macchine. Addio ai conti in banca. Mio padre fu mandato in campo di concentramento, ma non si perse d’animo: riuscì a convincere i suoi superiori a costruire un rettangolo, disegnò delle righe e improvvisò una rete». Era tennis, nonostante tutto.
Il povero ricco

Poi, solo dopo, ci fu la Dolce vita, ma non quella di oggi, fatta di aerei, tornei, conferenze stampa, punti in classifica e scadenze improrogabili. C’erano ragazze, incontri, feste, spensieratezze, anche quando giravi col marchio del campione. «L’importante non è essere ricco - dice Nicola -, ma vivere da ricco». «Era un’altra era - racconta Lea -, viaggi interminabili per andare dall’altra parte del mondo per partecipare a tornei che mettevano in palio pochi dollari che magari alla sera erano già finiti». Era, a volte, anche la fame, rammenta Pietrangeli, che all’inizio voleva fare il calciatore - ed era pure bravo - ma che non avrebbe mai barattato la sua libertà con un contratto, neanche quando poi - da re delle racchette - gli fu proposto di diventare professionista. Il papà lo voleva tennista, lui aveva capito che il tennis era la sua libertà, anche se - strano a dirsi per uno che ha vinto due volte il Roland Garros e gli Internazionali d’Italia, che è stato semifinalista a Wimbledon e che ha vinto 24 titoli italiani - c’era sempre da venire a patti con lo stomaco vuoto. Come a Cannes, sotto l’albergo, in quel ristorante dove mangiavano i giocatori più forti, Gardini, Merlo, Bitti Bergamo, quelli insomma un po’ più adulti: «Con indifferenza ci sedevamo al loro tavolo. Quando arrivava il cameriere, scuotevamo la testa: “No! Grazie, abbiamo già mangiato”. Ci prendevano per dei giovani miliardari. Mentre noi morivamo di fame! Per sopravvivere, ai fortunati che potevano ordinare e mangiare, sottovoce dicevamo: “Chiedi ancora burro. Ordina altro pane!”. E, con disinvoltura, riuscivamo a saziarci». Già, vaglielo a racconta’ a Federer.
L’amico Principe

La storia dunque è lunga, 235 pagine appunto, difficile condensare in poche righe le amicizie con un marajà indiano diventato quasi per scherzo ct onorario dell’Italia, le avventure con le dieci, cento, mille (?) ragazze conquistate con galanteria e Rolls Royce, le finali vinte e quelle perse, la vita spericolata di un gentiluomo amico di star come Charlton Heston, Anthony Quinn o Sean Connery, il rapporto sincero e disinteressato con Sua Altezza il Principe Ranieri di Monaco, con il quale giocare a golf finendo a cercare tra i rovi le palline reali disperse nel bosco e al quale regalare - a metà con Buby Bozano - tazzine da caffelatte da pochi franchi che venivano gradite ben più di qualsiasi dono ufficiale: «Il Principe dopo cena scarta i regali. Ringrazia! Quando arriva il nostro turno io e Buby ci guardiamo un po’ imbarazzati perché il nostro regalo è davvero una cosa da poco. Il Principe apre il pacchetto e si illumina: “Guardate che bello! Ma dove le avete trovate queste tazze?”». E poi: «“Venite con me voi due!”. Lo seguiamo in un’altra stanza. Lui apre una finestra che guarda sul cortile di Palazzo e dice: “Guardate qua!”. Fuori c’era una Cadillac Eldorado da collezione. Poi solleva la manica della giacca e ci mostra un Rolex d’oro. “Secondo voi cosa vorranno da me”?».
Insalatiera nel letto

C’è tutto quindi in questo Nicola visto da Lea, c’è il Pietrangeli tennista, ma anche l’amore per il suo gatto Pupino, c’è il Pietrangeli Dongiovanni ma anche quello dei tre grandi dolori della sua vita, dei suoi tre grandi amori che lo hanno lasciato. E c’è il Pietrangeli che vive sempre al presente e racconta la sua battaglia con il tumore («Ho chiesto se dovevo morire, i dottori mi hanno risposto di no. E allora... Che problema c’era?»), ma anche il Pietrangeli del Cile, il ct che mette insieme due squadre in una e che vince la coppa Davis davanti a Pinochet sfidando insulti e minacce tutte italiane e finendo poi per dormire una sera abbracciato all’Insalatiera d’argento nel letto di casa sua perché nessuno sapeva dove metterla: «Nessuno ci vuole credere. Ma ho la foto...».
Una storia vera

È vero, la foto c’è, è nel libro, in quel C’era una volta il tennis - Dolce vita, vittorie e sconfitte di Nicola Pietrangeli che racconta davvero un mondo che non c’è più, forse non necessariamente migliore ma certamente che suscita un po’ di nostalgia. Chiede alla fine Lea: «Il lettore si domanderà: possibile che tra loro non ci sia mai stata una storia vera?». Risponde Nicola: «Tu, Lea, avevi sempre un altro. Io... ne avevo sempre almeno due!». Vaglielo a racconta’ a Federer che una volta - in quel tennis - poteva anche succedere. Perché quel tennis era un’avventura. Era la vita. Dolce.