Cesare, che svarioni tra scopiazzature di Kubrick e Scott

Il kolossal di Raidue anticipa i tempi usando la parola araba «zenit» e sbaglia il gioco dei dadi

Ezio Savino

Le citazioni si sprecano, in questo Roma, ennesimo kolossal sull’Urbe, spalmato a puntate, in prima serata, su Raidue. Si comincia con una pallida fotocopia dell’epico e teso inizio del Gladiatore di Ridley Scott. Romani contro barbari. Ma sul piccolo schermo manca la visione complessiva dello scontro di popoli, la scaramuccia è tirata via con prospettiva cronachistica, corpo a corpo convenzionali con qualche spruzzo di sangue. Eppure siamo ad Alesia, 52 a.C., il capolavoro strategico di Cesare che, assediato, stringe d’assedio l’oppidum gallico e risolve lo scontro con fulminei movimenti di cavalleria, galvanizzando i legionari con il garrire del suo mantello porpora per tutto il campo. Nulla di ciò nelle inquadrature, che però culminano nel fondoschiena al vento di Vercingetorige, il principe degli Arverni, battuto e umiliato, destinato al supplizio, anni dopo, durante il trionfo capitolino di Cesare.
Non è l’unico nudo. Altri ne scorreranno, più aggraziati, di compiacenti matrone e di signorine d’ottima famiglia, come Ottavia, sorella del futuro Augusto, esibita come merce di scambio politico all’attempato Pompeo. Un’audacia che giustifica - secondo il presentatore del programma - il bollino rosso d’allarme che dovrebbe scongiurare lo scandalo di una visione troppo spinta. In questa Roma a tinte forti, agli sgoccioli della repubblica, il pepe non è solo quello del sesso. C’è l’emozione cruenta del rito, con la devota che si crogiola nella doccia di sangue bovino, e un intervento al cranio, con tanto di trapano ad arco, del medico greco più interessato a verificare l’integrità delle monete del compenso che la salute del paziente. Ripresa questa, che viene dritta dal datatissimo Sinuhe l’Egiziano, di Curtiz, dove il professionista della Casa della Vita scoperchia la testa del generale nemico ma, almeno, prima lo anestetizza con vino al papavero.
Poteva mancare il contorno dei gladiatori? La piccola arena rotonda d’addestramento è rimbalzata qui dal set di Spartacus, di Kubrick, passando dal circo provinciale di Zucchabar, del solito Scott, che però poi si avvale del maestoso impianto del Colosseo. La linea narrativa di questo primo episodio prevede il furto dell’aquila (e la riconquista ad opera del primipilo) della XIII legione di Cesare. Tutto regolare, storicamente. Per chiarezza, forse bisognava aggiungere che l’insegna non era una semplice decorazione.
Se il quadro storico-politico generale del film appare didascalicamente corretto (un senato rissoso, gli alti papaveri Pompeo, Cicerone, Catone, Scipione impegnati a farsi reciprocamente la forca) le stranezze fioccano nei dettagli e nei dialoghi. C’è chi anticipa i tempi e usa la parola zenit derivata dall’arabo, per indicare la posizione della luna in cielo, e chi spera di totalizzare un problematico doppio 5 al tiro dei dadi, i tali, che come valori, però, avevano 1, 3, 4 o l’eccezionale triplo 6, il lancio detto di Venere. Quanto a Cesare, che i poeti paragonavano alla saetta per la velocità delle imprese, appare qui più come un sedentario funzionario. Va di fretta, a sproposito, solo quando varca il Rubicone, proprio nell’occasione in cui tutte le fonti classiche (con l’autorevole Plutarco) concordano nel ritrarlo meditabondo e bloccato. Il Rubicone (valeva la pena di spiegarlo) non era l’umile rigagnolo buono per la pesca delle tinche, ma, dall’epoca di Silla, costituiva il pomerio, l’invalicabile limite che, oltrepassato in armi, decretava l’avvio della guerra civile. Un transito che neanche il tempestoso Cesare, prima di gettare il fatidico dado, prese sottogamba.