Cormac McCarthy e la straordinaria normalità del Male

Non è difficile, nel mondo letterario dei nostri giorni, sentire, di tanto in tanto, qualcuno che grida al capolavoro. Molto più difficile, se mai, leggere un romanzo veramente bello, capolavoro o no poco importa. Ma anche questa esile lista apparirà sterminata al cospetto di quella che annovera i libri che, oltre a essere belli, ci dicono anche qualcosa di sostanzialmente nuovo, qualcosa mai detto prima.
Non so se Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy (Einaudi) sia il capolavoro di quello che è, a mio avviso, il più grande scrittore vivente. Il romanzo racconta, in apparenza, la storia di un uomo che, per una strana circostanza, entra in possesso di una cartella contenente alcuni milioni di dollari, e di due uomini che lo cercano: lo sceriffo della contea nella quale si è verificato il fatto, e un misterioso killer, si direbbe di nuova concezione, come se il male avesse compiuto un progresso e prodotto qualcosa di mai visto prima. Ma ciò che è veramente nuovo sa abbracciare l’antico, la preistoria, le epoche storiche e quelle geologiche. La scrittura di McCarthy è - fatalmente - piena di geologia e di mineralogia. Nessuno descrive come lui la solitudine (nello spazio e nel tempo), le stratificazioni, le somiglianze trasformate in estraneità, la bellezza nemica: e il canyon, suo luogo d’elezione in questo libro, ne è la perfetta immagine.
Ma tempo significa anche storia della letteratura, e colpisce come McCarthy inventi tutta una schiera di propri predecessori, da Walt Whitman su su fino al grande totem di Euripide - di cui afferra l’estremismo espressivo dotandolo però di una precisione che sgomenta. Come se il rapporto problematico tra le parole e le cose fosse ricondotto dallo scrittore a un momento che precede quel problema, all’unità originaria. Le parole di McCarthy sono sempre le parole delle cose, talmente esatte da farci pensare che le cose siano state poste nell’essere con quelle stesse parole. Al centro del romanzo non c’è, però, la vicenda, né le poderose immagini: c’è lo sgomento di un uomo, lo sceriffo, che si trova di fronte a qualcosa di cui deve ammettere ma non può concepire l’esistenza. Come trovarsi di fronte a un cerchio quadrato. Non solo. Questa assurdità vivente si trova al centro geometrico della realtà. Si chiama Anton Chigurh, ed è un killer. Non esistono identikit, perché chi l’ha visto in faccia è morto. Ma col passare delle pagine ci si accorge che c’è dell’altro: Chigurh è irriconoscibile perché la sua normalità è così perfetta da porlo sempre ai margini del campo visivo. Nessuno si ricorda di lui, è troppo normale.
Quest’idea che il male stia nel perfetto incrocio delle linee, e non ai margini della scala, è una novità che possiede la forza della verità. Medea, Lady Macbeth, Riccardo III, Stavrogin, Long John Silver accennano a questa possibilità. Chigurh perfeziona il percorso. Silver e Petr Verchovenskij (il vero demone de I demoni) condividono il suo destino, sparendo nel nulla che li ha generati, però lasciano un odore dietro di sé: la perfida simpatia del primo, la viscidezza putrida del secondo. Chigurh non è né immorale né amorale: è intelligente, ha dei valori, ha una filosofia. Non è neanche amorale. È qualcosa di diverso, di una diversità che ci si pianta dentro per la verità che porta. E lo sceriffo, altra meravigliosa figura (McCarthy non ha personaggi, ma figure e funzioni, come nella Tragedia), ha paura, di fronte a tutto questo, di dover mollare. E molla. E in questa rinuncia dovremmo ravvisare un male forse ancora più grande se la spina della speranza non arrivasse a pungerci proprio nel momento in cui tutta la cenere del mondo è stata spazzata via, e il mondo è perfettamente pulito e disperato. La pagina conclusiva di Non è un paese per vecchi è probabilmente la più bella scritta da un uomo in questo nuovo secolo: è come l’invasione di un oceano di lacrime vere, di bisogno di consolazione, nel deserto perfetto del nulla.