Giovanna Mezzogiorno ladruncola sexy: basta ruoli tragici

Roma - Lei scappa. Lui dietro. Lei chiama gli uomini nella sua tela di ladra, perché bella e puttana, e lui, povero fesso pieno di buffi e di malinconia, ci casca mani e piedi. Ci penserà l’amore a salvare le loro anime perse in città, mentre si attraggono per distruggersi meglio, però nel modo tutt’altro che banale di Notturno bus (da venerdì nelle sale), frenetico noir dell’esordiente Davide Marengo, trentaquattrenne autore di videoclip musicali.
E in effetti pesa parecchio la trama musicale (tra jazz e dance, con inserti dal tormentone sanremese di Davide Silvestri, La paranza) in questa sapida miscela di nero metropolitano, commedia sentimentale e film d’autore. Tratto dall’omonimo romanzo di Giampiero Rigosi (Einaudi), tuttavia, Notturno bus si fa notare anche per l’inedito ruolo di Giovanna Mezzogiorno, attrice fin qui legata a parti da vittima dolente, magari un po’ nevrotica e socialmente impegnata, ma comunque vessata dalla vita, dai maschi. Qui, invece, finalmente libera dal cliché, issata su tacchi a spillo dodici, strizzata in gonnelline con lo spacco e camicette profondamente scollate, lei, musa del tormento femminile, passa sulla sponda della simpatica lestofante sexy. Una Leila dal french manicure, che ruba e rivende passaporti, mette la parrucca di ricci rosso fuoco, le lenti a contatto colorate e via, travestita, nei locali del malaffare capitolino, a rimorchiare il pollo slavo di turno, per alleggerirlo bene bene, dopo averlo sedotto e narcotizzato.
Dal mazzo degli ustascia croati e degli spioni dei Servizi italiani, che la teppistella, senza volerlo, si scatena appresso, per caso spunta un jolly lungo e triste: è Franz (l’ottimo Valerio Mastandrea), autista di trambus e pokerista indebitato fino all’osso del collo. Che gli vorrebbero spezzare in molti, dopo che lui, già studente di filosofia, viene irretito da Leila, insieme alla quale fuggirà, con tanto di valigia gonfia di quattrini. «Il mio è un personaggio anticonvenzionale, una tosta che vive e lavora da sola, per scelta. Una donna intensa, con risvolti malinconici, che usa la sua fisicità: il suo corpo, il suo volto, il suo abbigliamento sono mezzi per ottenere quello che vuole», spiega la Mezzogiorno, giocherellando con la sua lunga chioma castana.
«Di solito non contesto né sceneggiatura, né regia. Ma ho il mio trucco: non esprimo il mio disaccordo, però porto la mia idea aggiuntiva dentro il lavoro. In Italia sono tutti autori, mentre all’estero i film vengono commissionati. Ammiro il regista, anche per avermi fatto uscire, in un film complesso, dal mio solito cliché», osserva. Valerio Mastandrea, qui alle prese con un superiore dell’azienda trasporti per cui lavora (Renato Nicolini, nei Settanta assessore alla Cultura in Campidoglio) prende parte alla polemica e dice: «Da noi manca la cultura del film su commissione, perché il mercato è sempre in bilico. Qui ho accettato il rischio, per la capacità tecnica del regista, col quale abbiamo discusso e litigato in modo costruttivo».
Costato tre milioni di euro a Emme e RaiCinema e co-prodotto (al trenta per cento) dall’Istituto Polacco per la Cinematografia, Notturno bus, con Ennio Fantastichini (nel denso ruolo di Matera, sbirro innamorato d’una ex ribelle), Roberto Citran (il torturatore Diolaiti) e Francesco Pannofino (un picchiatore macho), a breve affronterà il mercato di Cannes. Dopo ventuno revisioni alla sceneggiatura, tre anni e mezzo di lavorazione e due bus distrutti nella scena dell’inseguimento notturno («li avremmo rottamati comunque», precisa Fabio Di Vico della Trambus) andare al marché pare il minimo.