Islamici all’attacco, ancora sangue nel Caucaso

Sparatorie violentissime nelle strade, tra le vittime anche una dozzina di passanti

Roberto Fabbri

Sono arrivati come un branco di lupi per seminare la morte e riaccendere la fiamma del terrore islamico nel Caucaso. Un centinaio di guerriglieri che le autorità della Repubblica autonoma russa della Cabardino-Balcaria hanno definito wahabiti (appartenenti quindi alla corrente più virulentemente integralista dell’Islam) hanno dato l’assalto ieri mattina a una serie di obiettivi nella capitale Nalcik, scatenando così una giornata da incubo di sanguinosa guerriglia urbana.
Il bilancio è drammatico e non ancora determinato con sicurezza: in serata si era arrivati a 59 guerriglieri e 13 civili uccisi, un dato comunque provvisorio perché si continuano a scoprire cadaveri. A questi bisogna aggiungere una dozzina di miliziani catturati vivi. Ma al calare della sera la battaglia non era finita: alcuni guerriglieri si sarebbero chiusi in una stazione di polizia con alcuni ostaggi, mentre altri si aggirerebbero ancora in città.
Sulla dinamica della giornata nera di Nalcik - una città con oltre 250mila abitanti ai piedi del monte Elbrus, che con oltre cinquemila metri è la cima più alta del Caucaso - ci sono meno incertezze. Verso le 9 del mattino una quantità impressionante di spari ha terrorizzato gli abitanti della città, presi totalmente di sorpresa. «È scoppiato l’inferno all’improvviso - ha raccontato un uomo che si trovava nella piazza principale - sembrava che sparassero dappertutto». Si è poi capito che i guerriglieri, suddivisi in commando, avevano dato contemporaneamente l’assalto a tre commissariati, alle sedi dell’Fsb (i servizi di sicurezza di Mosca) e del ministero degli Interni, all’aeroporto e a un’armeria.
Le violente sparatorie sono durate per tre lunghissime ore, e le forze dell’ordine hanno progressivamente avuto ragione dei guerriglieri. Ma il tutto si è svolto in un caos completo, con voci contraddittorie che si inseguivano: quella dell’occupazione di una scuola elementare da parte dei “wahabiti”, che ha fatto temere una riedizione dell’incubo di Beslan; quelle sulla presa di ostaggi in un commissariato e poi in un negozio; e quelle diffuse a più riprese sulla fine degli scontri, puntualmente smentite da nuove sparatorie e da un macabro saliscendi nel bilancio di morti e feriti.
Dal Cremlino il presidente Vladimir Putin seguiva minuto per minuto l’evolversi della situazione. La guerriglia cecena segna il suo destino ed è la sua maledizione: nel 2000 era salito al vertice del potere a Mosca promettendo pugno duro contro i separatisti del Caucaso, e da allora ciclicamente costoro si sono incaricati di frustrare le sue ambizioni di mettere sotto controllo la rivolta. Quella di ieri a Nalcik non è stata altro che l’ennesima puntata di una vicenda che il presidente russo vive come un’intollerabile sfida personale. Putin ha ordinato, come in altre occasioni, di usare la forza senza riguardi: completo accerchiamento della città per evitare la fuga dei terroristi e la «liquidazione» di chiunque opponesse resistenza.
Metodi che hanno comunque sortito, in sostanza e nonostante il persistere di focolai di resistenza, il risultato di stroncare l’azione dei guerriglieri islamici, seppure a caro prezzo, considerato tra l’altro che sarebbero una dozzina gli abitanti di Nalcik rimasti uccisi perché si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nessuno degli obiettivi presi d’assalto dai terroristi è stato preso, nessun ricatto subìto.
Restano alcuni dubbi su chi abbia effettivamente concepito e condotto l’assalto di ieri a Nalcik. Obiettivo del quale sembra essere la destabilizzazione della Cabardino-Balcaria nel quadro di una strategia antirussa. Domenica scorsa la polizia della Repubblica autonoma aveva scoperto nei pressi di Nalcik un grosso nascondiglio di esplosivi, e proprio la notte scorsa aveva ingaggiato un conflitto a fuoco con una banda di guerriglieri islamici. Secondo il procuratore Kolesnikov, inviato da Mosca a coordinare le indagini, gli organizzatori dell’azione di ieri sono un capo ribelle cabardino, Anzor Astermirov, e un inguscio, Iless Gorchkanov. Quest’ultimo è indicato come «attivo complice di Shamil Basaiev», il capo ceceno “mente” della strage di Beslan e dell’attacco al teatro Dubrovka di Mosca. E il cerchio si chiude.