«Noi, nipotini di Marconi nell’epoca di Internet»

Gli esperti di comunicazione dicevano che il web e gli sms avrebbero «ucciso» i radioamatori. Invece resistono: in Italia oggi sono 40mila. E continuano a essere in prima linea nelle situazioni d’emergenza

«Cq, Cq de India Two Victor Golf Whisky... Qrz de I2VGW... Cq Cq...». Immaginatevi di stare sulle nuvole ma con i piedi saldamente piantati per terra. In ogni scampolo di tempo libero. Aurora, alba, crepuscolo, tramonto. Magari con un thermos di caffè bollente a tener compagnia mentre fuori piove, nevica o tira vento. O con le stelle da guardare in esclusiva, in una notte d'estate. In cima a una montagna o in riva al mare. E ancora, provate ad immaginare di entrare in una stanza illuminata soltanto da lucette verdi, gialle, arancione, che sembrano danzare, più che lampeggiare. Piccole lucciole che indicano la rotta della fantasia. Che arrivano da strani apparecchi di cui, nel buio, si distingue appena la sagoma. E portano voci lontane, riscaldando il cuore e la mente.
Radioamatori. Difficile raccontare qualcosa quando ti coinvolge in prima persona. Difficile stare alla larga dai sentimentalismi di famiglia quando di quella stessa famiglia fai parte. Radioamatori oggi. Nell'epoca di Internet, degli Sms e dei telefoni satellitari. Sognatori, utopisti incalliti, che si aggrappano ad un segnalino impercettibile per decifrare una voce, un luogo, una latitudine inusuale. Antiquariato? Non proprio, perché la radio e i radioamatori la loro rivincita se la prendono ogni giorno. Perché, dove tutto si ferma, dove tutto si arrende, la radio, invece, resiste. Torna alla mente una frase di Guglielmo Marconi: «Le mie invenzioni sono per salvare l'umanità non per distruggerla...». Vero. Oggi più che mai. L’ultima rivincita, la radio e i radioamatori se la sono presa davanti al mondo. Nella furia di Katrina, l'uragano che ha seminato morte e devastazione nel Sud-Est degli Stati Uniti. Si sono presentati in ottocento. Ottocento volontari dell’Ares, l'Amateur Radio Emergency Service che, con le loro antenne e i loro ricetrasmettitori, ovvero le uniche armi che sapevano non si sarebbero inceppate, hanno coordinato, ventiquattr'ore su ventiquattro, gli aiuti e le emergenze, contribuendo a salvare decine di vite umane. Ottocento persone che hanno lasciato a casa mogli, fidanzate, figli. Hanno mollato il lavoro, per ritrovarsi sotto lo stesso slogan «Helping the Helpless», aiutiamo chi non ha aiuto. E, puntualmente, giorno e notte, ce l'hanno messa tutta per aiutare mogli, fidanzate, figli di altri. Ottocento straordinarie storie di persone ordinarie che adesso sono rientrate nel loro anonimato con la stessa rapidità e discrezione con cui ne erano usciti. Sono almeno 750mila i radioamatori negli Stati Uniti, poco meno di 40mila in Italia, 55mila in Canada, 80mila in Germania. Ma ce ne sono anche cinque a Capo Verde, 37 in Iran, otto sull'isola di St. Barthelemy, 12 a Pitcairn, 9 in Congo, tanto per citare qualche dato. Complessivamente arriviamo a un paio di milioni di persone. Un paio di milioni di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non si sono mai viste in faccia, ma quando si incontrano, o meglio, quando le loro voci si incontrano nell'aria, è come se si conoscessero dall’asilo. E non importa di che razza siano, a quale religione appartengano, quali idee politiche abbiano. Non importa perché di queste cose in radio non si parla. Così si arriva al paradosso che, durante la guerra in Irak, i radioamatori americani conversavano abitualmente con i loro colleghi iracheni mettendo davanti a tutto soltanto una cosa: la passione comune per la radio. Gente che batte la bandiera dell'amicizia senza mettere alla finestra sbrindellati pezzi di stoffa arcobaleno con la scritta pace. Gente che non ti chiede chi sei, da dove vieni e quanto guadagni. A nessuno è mai venuto in mente, a suo tempo, per esempio, di chiedere a re Hussein ovvero JY1 (il prefisso che identifica la Giordania) come andassero le cose nel regno. O di fare altrettanto con EA0JC, alias Juan Carlos. O di dar consigli a CE3HP, il generale Augusto Pinochet o a VU2SON, Sonia Ghandi. Meglio farsi raccontare la trama di un film da FO5GJ, che era più conosciuto come Marlon Brando. O invitare a togliersi i sassolini dalle scarpe I0FCG, Francesco Cossiga, che la radio non ha mai smesso di frequentarla nemmeno quand'era al Quirinale. Tanti nominativi noti sparsi nel popolo dell'etere. Fatto di incalliti sperimentatori che autocostruiscono apparati e antenne, come di indomiti dxers, ovvero cercatori di Paesi e isole rare che inseguono un segnalino pur di rimpinguare il loro palmarès mondiale governato e certificato dall'Arrl, l'Associazione dei radioamatori americani, massima autorità in materia. E fatto anche di chi, ogni giorno, senza che ci siano né tifoni né terremoti, grazie alla radio sopravvive nei luoghi più sperduti, con la radio riesce a sentire voci amiche e a trasmettere l'elenco delle cose più preziose di cui ha bisogno: una pinza, un medicinale, un generatore. Chiedetelo a padre Eugenio, 5R8DQ, in Madagascar, o padre Gabriele D3SAF, in Angola. Sono missionari. Due amici fra i tanti che, parlando al microfono, ritrovano magari anche un po’ di coraggio per andare avanti sulla loro strada difficile. E a proposito di fede e coraggio come dimenticare padre Massimiliano Kolbe, SP3RN, martire di Auschwitz, che, sia pur per breve tempo, si tenne in tasca la sua licenza di trasmissione. È lui il patrono dei radioamatori. «Fin dal 1895, all'inizio cioè, dei miei primi esperimenti, io ebbi la forte intuizione, direi quasi la visione chiara e sicura, che le trasmissioni radiotelegrafiche sarebbero state ascoltabili attraverso le più grandi distanze...». Parole di Guglielmo Marconi pronunciate 110 anni fa. Centodieci ani dopo ci chiediamo nell'epoca di Internet se non sarebbe ora di mettere da parte radio e tasti telegrafici e archiviarli come cimeli di un tempo pionieristico. La risposta sta nella faccia da pesce lesso che ha fatto un ragazzino, il tredicenne Devlin Brittany al termine di una singolare gara organizzata dal Powerhouse Museum di Sydney, in Australia, per vedere chi, tra due ambasciatori di mondi totalmente lontani, il veterano delle radiotrasmissioni Gordon Hill, 93 anni e un degno rappresentante degli adolescenti mondiali e dei loro trip avrebbe dimostrato maggior rapidità con gli strumenti a disposizione: Morse contro Sms. La frase da trasmettere era volutamente un nonsense. Anche se Devlin ha utilizzato le formule sincopate tipiche degli adolescenti che inviano Sms dal cellulare, nonno Gordon l'ha lasciato al palo, in una manciata di secondi. Ha vinto Marconi, ancora una volta.
Meglio così. «...I radioamatori sono le ombre amiche dei viaggiatori di mare. Le voci e la vita che continuano chissà dove. Le voci che rompono il silenzio ossessivo e troppo lungo di certe solitudini. Che mi hanno seguito e amato. Volti nascosti e inimmaginabili che non vedrò mai. Ma anche a loro devo la forza di essere sempre arrivato a destinazione. Strano popolo quello dei radioamatori. Uno non posso dimenticarlo, Benito, e la sua sigla era I5BNT. Benito c'era sempre giorno e notte. Si alzava per rubare al cielo il mio filo di voce...». Ambrogio Fogar, I2NS, Navigatore Solitario, nel suo ultimo libro: Solo la forza di vivere.