Ora Ue e Usa devono tornare in Africa

Federico Guiglia

Per molti anni un terzomondismo da salotto ci aveva allontanati, anziché avvicinati, all'Africa della sofferenza. Nonostante l'istinto dei più e la testimonianza di tanti volontari impegnati in quel continente - istinto e testimonianza che spingevano ad agire -, gli europei s'erano anche mentalmente «ritirati» da quel Sud del pianeta. Malgrado già nella primavera del '79 (!) i radicali italiani avessero lanciato, antesignani, una grande mobilitazione contro la «fame nel mondo», con tanto di appello firmato da decine e decine di premi Nobel per fermare l'«Olocausto senza precedenti, il cui orrore comprende in un solo anno tutto l'orrore degli stermini che le nostre generazioni conobbero nella prima metà del secolo» - questo diceva l'inequivocabile documento -, le coscienze del Vecchio continente si indignavano molto poco e molto male. E i governi d'Europa non fiatavano, in barba ai vibranti moniti del Papa e all'emotivo coinvolgimento persino dei mai palpitanti mezzi di comunicazione; i quali stavolta denunciavano, intervistavano e raccontavano l'Africa che non si vedeva, all'epoca, con la frequenza televisiva e partecipe dell'attualità.
In realtà, la «grande politica» pagava il prezzo della viltà alla caricatura buonista che andava per la maggiore fra politici, intellettuali, osservatori. Per i quali gli europei dovevano ben guardarsi dall'intervenire in Africa o per l'Africa, perché la cosa sarebbe stata giudicata come un odioso atto di neo-colonialismo. E allora, pur d'evitare il giudizio della vergogna, le istituzioni preferivano girare la testa dall'altra parte del globo: ma era questa l'autentica vergogna.
Se fra le classi dirigenti d'Europa oggi prevale una spasmodica attenzione unicamente per ciò che avviene nel vicino e lontano Est - allargamento dell'Unione, conflitto in Medio Oriente, dopoguerra in Irak, Cina prorompente ecc. -, questo non dipende soltanto dal peso dei fatti e dai contesti internazionali della politica, ma pure dalla «forzosa» dimenticanza per i problemi del Sud della Terra. Guai a «ritornare» in Africa in qualunque modo e sotto qualunque forma, fosse anche e solamente per fornire mezzi e insegnamenti per lo sviluppo tecnico ed economico; posto che per battere fame, malattie e disperazioni non possono bastare né le canzoni in mondovisione né le preghiere in solitudine.
Solo ora, ma con quasi trent'anni di ritardo!, ci si è resi conto che l'aiuto all'Africa non passa a prescindere o addirittura «contro» il ruolo delle istituzioni europee, ma attraverso e insieme a esse. Solo ora si è capito che il concertone Live8 delle dieci città della Terra, da Roma a Londra, ai governi del G8 si deve espressamente rivolgere. E per indurli a intervenire di più, e con più progetti, e con più denaro, e con più buonsenso nell'Africa fino a ieri «scansata» e dunque dimenticata in omaggio al politicamente corretto.
Solo ora s'è compreso che in quest'opera colossale di umanità e di moralità gli Stati Uniti d'America, prima potenza del globo, devono essere coinvolti invece che incolpati e perciò, di nuovo e fino a ieri, scartati. Non è privo di significato il fatto che il popolo degli arcobaleni abbia adesso trovato in Tony Blair, nell'«amerikano» e guerrafondaio Tony Blair, l'interlocutore chiamato a dare la sveglia e la svolta all'Europa che ha tanto a lungo dormito.
S'è infranto il tabù anti-europeo, è finito il tempo della diserzione politica e civile per le istituzioni dell'Unione. La quale Unione nella famosa e ormai fumosa Costituzione non una sola parola, neanche di circostanza, aveva dedicato all'Africa né all'America latina: il Sud del mondo. Guardacaso.
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