Questi fantasmi ambrosiani

Il fiume dei libri su Milano sembra non potersi arrestare. Siamo tutti figli, sembrerebbe (e mi ci metto anch’io, essendo l’autore di uno di questi libri) di una sorta di emorragia salutare, di una voglia di protagonismo finalmente, primaverilmente rinata dopo i catarri dei nostri mugugni passati. Sdegnosi, scettici come sempre ma finalmente con un po’ di divertimento. Non è che Milano sia rinata, smettiamola con questa retorica. Ma nemmeno l’altra retorica, quella disfattista di sinistra, ha più senso. Oggi vale solo la voglia di fare, inventare, agire: e se resta un po’ di malinconia, pazienza. Tra questi libri, ne segnaliamo due, non per recensire ma per indicare dei percorsi. Anche perché queste pagine hanno già ospitato la recensione di uno dei due, L’evacuazione di Ferruccio Parazzoli (Mondadori).
Un uomo che è scrittore anche quando non scrive decide di vivere en écrivain la giornata di sgombero (domenica 23 novembre 2003) cui ordinanza comunale assoggetta tutti i residenti milanesi in zona Loreto. E disobbedisce, rintanandosi in casa, in barba alla questura. Scelta letteraria, da scrittore ben determinato - e armato allo scopo non di chiavi ma di grimaldelli - a entrare a forza in tutti i romanzi che la quotidianità ci presenta dinanzi. La Milano di Parazzoli, del resto, è sempre così: una sorta di infinita fuga di romanzi ai lati degli occhi. Qui, però, la solitudine sospinge non più verso il romanzo o la parabola sociale ma verso i fantasmi. La via che lo scrittore percorre questa volta non è la via gremita di questo popolo meticcio che siamo, ma quella della memoria e del tempo. Così, le porte che si spalancano sono altre. Comunque sia, nello spazio o nel tempo, i percorsi milanesi sono sempre nell’insegna dell’apertura imprevista, nello spirito del suo elemento urbanistico di maggior rilevanza estetica: i cortili, che in effetti fuggono all’improvviso ai lati del nostro sguardo quando la benevolenza di un portone socchiuso ne liberi, per un istante, lo splendore.
Di fantasmi, del resto, parla anche l’altro bellissimo libro che vorremmo qui segnalare, opera perfetta del più adolescente tra gli ottantenni di Milano, quel Vittorio Orsenigo che alla sua età se ne frega dei decotti e ci serve questi puri concentrati di energia, di cui già recensimmo, a suo tempo, Settore editoriale e Visite guidate. Ma Commedianti a Milano (Aliberti) è il più bello di tutti. Come Parazzoli, Orsenigo se ne va con la sua prosa slogata, disarticolata, svagata, dinoccolata, per una Milano drammatica come quella del Dopoguerra - dove i fantasmi dei cari estinti riacquistano carne, ma non la stessa carne di prima (a che pro tornare, se no?): perché la tragedia evoca, o forse partorisce, ma stavolta senza dolore, un anticorpo fatto di scanzonatezza, di felice lievità, diciamo pure irresponsabilità. Quel tono, insomma, di chi si scrolla di dosso ogni peso prima di caricarsi - ma così, ridendo e scherzando - il più greve dei fardelli. E portarlo saltellando, come se sulle spalle non ci fosse nulla. Una galleria di personaggi memorabili, che popolarono la Milano degli anni Cinquanta, ancora in parte ferita dalla guerra, con la loro felice velleità di giovani impertinenti, rovescia su di noi la sua voglia di dar vita a un nuovo teatro del mondo. La libreria Einaudi di via Filodrammatici, il Piccolo di Strehler e Grassi, e poi tanti nomi quali Elio Vittorini, Raffaele Carrieri, Antonio Banfi, Leonardo Sinisgalli, via via fino a Peppo Pontiggia... Di qualcuno ci si ricorda, di altri no. Ma è poi questo che importa? Sembravano danzare con tanta leggerezza sulle rovine del mondo, mentre in fondo oggi, tra un primo e un secondo, un contorno e una pennichella, una vacanza a Porto Cervo e un flirt con la letteronzina di turno, guardiamo atterriti al futuro.
Memoria? Di chi? E per che cosa? I fantasmi di Milano - e su questo Orsenigo e Parazzoli convengono - ci accordano la loro lieve compagnia, ma a un patto: che li si lasci andar via, quando, annoiati di noi, ce lo chiederanno.