La ricetta tedesca all’ingovernabilità

Tutto è ormai pronto per la elezione di Angela Merkel a nuovo Cancelliere della Repubblica federale tedesca, alla testa di una grande alleanza trasversale tra democristiani e socialdemocratici che potrà contare - salvo eventuali franchi tiratori - su oltre il settanta per cento dei seggi al Bundestag e sulla quasi totalità di quelli del Bundesrat. Dopo il virtuale pareggio tra i due grandi partiti alle elezioni del 18 settembre ci sono voluti due mesi di serrate trattative per redigere un «contratto di coalizione» di duecento pagine, che delinea il programma del nuovo governo. È stato un percorso a ostacoli, il cui risultato ha scatenato un diluvio di proteste in entrambi gli schieramenti e suscitato notevole scetticismo nei media. «Se tutti si lamentano», è stata la filosofica chiosa di uno dei negoziatori «vuol dire che i sacrifici sono stati ripartiti equamente». Quel che è meno chiaro è se il compromesso sia anche nell’interesse del Paese, o sia servito soltanto per evitare un nuovo ricorso alle urne: e qui comincia il vecchio esercizio del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Il punto di partenza è stato che la Germania, dopo un decennio di stagnazione economica, aveva urgente bisogno di riforme. Le ricette presentate dai due maggiori partiti durante la campagna elettorale erano tuttavia molto diverse tra loro: liberista e quasi thatcheriana quella della Cdu/Csu, molto più sfumata, tendenzialmente statalista condizionata dalle organizzazioni sindacali quella della Spd. Nel dividere quasi equamente i loro suffragi tra i due maggiori partiti (peraltro ridotti entrambi ai minimi storici) i tedeschi hanno evitato di scegliere, imponendo il ricorso a quella Grosse Koalition finora sperimentata una sola volta - con esiti alquanto mediocri - nella storia della Repubblica Federale.
Se la divisione dei ministeri è stata relativamente facile (otto per ciascuno, anche se quelli socialdemocratici sono di maggior peso), la ricerca di una «terza via» tra i rispettivi programmi è risultata non solo complicatissima, ma anche di difficile attuazione. In alcuni settori chiave importanti, come la riforma del sistema fiscale e la liberalizzazione del mercato del lavoro, ci si è dovuti rassegnare a un rinvio o a provvedimenti placebo. Unica eccezione degna di nota, il graduale innalzamento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni, che quando è stata ipotizzata da Silvio Berlusconi ha scatenato nella sinistra italiana una reazione a dir poco furibonda.
Il problema più urgente che la coalizione doveva affrontare era la riduzione del deficit federale, che ormai da tre anni eccede il 3% consentito dal patto di stabilità europeo. La signora Merkel aveva proposto un massiccio taglio della spesa pubblica, cui i socialdemocratici non potevano consentire senza rischiare una rivolta della base. La soluzione trovata è perlomeno curiosa per un Paese la cui economia soffre, ormai da tempo, di una crisi dei consumi interni: aumento dell’Iva dal 16 al 19 per cento ed innalzamento dell’aliquota più alta dell’Irpef dal 39 al 42 per cento. Per tacitare i critici, lo scatto dell’imposta dei consumi è stato tuttavia rimandato al 2007, nella presunzione che la prospettiva induca i tedeschi a procedere a maggiori acquisti nel 2006, rilanciando così la crescita prima dell’arrivo di una “mazzata” che, fatalmente, porterà anche a un incremento dell’inflazione (e magari a una lievitazione dei tassi dell’euro).
Un altro importante accordo di massima (interessante per l’Italia in vista della devoluzione) riguarda una revisione del sistema federale, che, soprattutto quando nel Bundestag e nel Bundesrat si formavano maggioranze diverse, aveva portato a una semiparalisi legislativa. I Laender dovrebbero accettare un ridimensionamento del loro diritto di veto in cambio di un ampliamento dei poteri in materia di istruzione e di ordine pubblico. Ma i baroni della Cdu/Csu, oggi al potere nelle principali regioni, hanno già espresso le loro riserve.
Se la Grosse Koalition avrà una vera capacità riformatrice, o dovrà limitarsi a gestire l’ordinaria amministrazione in attesa di un nuovo ricorso alle urne dipenderà in larga misura dalla capacità di Angela Merkel di imporsi come leader, e sciogliere i nodi che - quasi da subito - incontrerà sul suo cammino. «Il programma che ci viene proposto è il meno peggio che ci potevamo aspettare nelle circostanze» ha commentato un esponente di Confindustria «ma non è né carne né pesce: l’unica speranza è che cammin facendo i partiti si rendano conto che mescolando ricette opposte non si arriva da nessuna parte».