RINASCIMENTO Cuore dello stile italiano

Le intuizioni dei geni e lo splendore delle corti, la creatività e i piccoli gesti di ogni giorno. Così nacque un nuovo modo di intendere la vita

L’Italian Style: quel novanta per cento di tradizione aurea, uno strato di geniali affinamenti, e il dieci per cento di scintillanti guizzi, che è una delle (poche) tacche positive nel nostro bilancio con l’estero. Sbagliato credere che sia primato recente, che risalga alle loro Eccellenze i sarti di oggi, ai designers globali, agli architetti che spaziano dai centri urbani ai deserti, e alle giungle esotiche. Siamo in testa a questa classifica da secoli, grosso modo dalla metà del Trecento alla fine del Cinquecento, il Rinascimento, che tale apparve anche ai contemporanei, con una coscienza strabiliante dei trapassi in corso d’opera, primo il Boccaccio, che in Dante riconobbe un precursore della renovatio, la «rinascita», e nel pennello di Giotto il rianimatore di un’arte che era stata per tanto «sepulta» nella barbarie gotica e greca, cioè nell’irreale calligrafia bizantina, preziosa e indorata, ma gelidamente lontana dalla natura.
È un primo movente per volerne sapere di più, sul Rinascimento, cui è dedicata una nuova collana della «Biblioteca storica del Giornale»: il sentirci nipoti, noi italiani, di quel ritorno dall’oscurantismo alla luce, dalla tomba alla riformata culla della cultura (metafore già della prima ora, per dipingere il fenomeno) può farci gonfiare il petto d’orgoglio, come indossare una maglia azzurra, siamo compaesani di Cannavaro e Buffon, ma anche dei Leon Battista Alberti e dei Leonardo, dei Machiavelli e dei Galilei, uomini senza i quali difficilmente l’Europa avrebbe questa sua identità da confrontare con l’islamica, con le orientali e con altre, ancor più forestiere.
Senza i loro implacabili fervori, oggi misureremmo ancora il peso del frumento a moggi e a staia, ma forse non quello della molecola e dell’atomo (secondo Koyré, il Rinascimento fu il progresso dal mondo del pressappoco all’universo della precisione); non esisterebbe un certo Einstein a fare della luce l’unità di misura del cosmo (ma già Francesco Patrizi da Cherso, un platonico dell’ateneo di Ferrara, seguace del cosentino Telesio, era un devoto della luce, il primaevus fluor, il flusso primordiale, alla cui infinitudine Dio concedeva al sapiente di commisurare il tutto); un Le Corbusier non avrebbe forse fatto dell’uomo il perno di calcolo di ogni fabbrica (quell’uomo, signore della dignità, che Pico della Mirandola definì un vivido quis, non un neutro quid, l’unico, libero soggetto del creato, immune da passività); e un americano, Armstrong, non avrebbe avuto il lusso di incidere l’orma sulla polvere lunare, dichiarandola «passo piccolo per un uomo, grande per l’umanità».
Ma, volando più basso, veniamo alla qualità della vita. Squisita, secondo Jakob Burckhardt, nelle città rinascimentali italiane, sulle cui strade ben selciate si viaggiava in carrozza per piacere, non per necessità come nell’arretrato nord. Sbirciamo nell’agenda di una dama. Filosofia per un un’ora, al mattino. Passeggiata contemplativa in collina. Pranzo con madrigali e liuto. Recita di una canzone nuova di zecca su tema, in giardino, all’ombra. Ritrovo alla fonte, per ascoltare novelle. Cena, con onesti ragionamenti su questo e su quello. Siamo nell’ambito della finzione (e sarebbe come ricavare il senso dell’oggi dai reality), dei racconti del Firenzuola, ma dai documenti apprendiamo che donne simili esistevano e, a parte Vittoria Colonna, che era la stella polare, le Isabella Gonzaga, nata d’Este, le Ippolita Sforza, le Camilla Scarampi nulla invidiavano all’uomo per apprendistato letterario, giudizio e reputazione.
Una civiltà si pondera anche dal quotidiano, dall’attitudine ai normali rapporti. Nel Rinascimento brilla la perla della «sprezzatura», un neologismo forgiato dal Castiglione che nel suo Cortegiano (1528) ne stila lo statuto. Basterebbe questa sprezzatura, per gustare al sommo della civile finezza di un’epoca. In principio, la sprezzatura è un modo letterario: la perizia dello scrittore (professionista della comunicazione) nell’imitare i modelli appropriati al suo ingegno e alle circostanze del discorso, con tale leggera scioltezza, da velare lo sforzo dell’arte. Un imitare pedante, invece (come quello che altri proponevano, orientato ai due idoli del toscano fossile, Petrarca e Boccaccio), sarebbe il vizio capitale dell’«affettazione». In società, la sprezzatura diventa la magnifica progenitrice del nostro understatement, una tendenza (ad alto rischio di ridicolo, per chi vi si avventura senza i requisiti) che ben pochi possono praticare, eletti per assoluto dominio di un’arte, di un’eleganza, di una bravura riconosciuta, che sanno far risplendere, diminuendola, non per fasulla e farisaica modestia (che sarebbe un gretto affettare), ma per lucida enfasi, quella che implica il sapere più sofferto e coltivato, la coscienza di sé e dei limiti.
Quel cavaliere che incede sulla bestia focosa come se andasse tranquillo a piedi (non al modo dei Veneziani che sembrano, in sella, pezzi di legno); quel danzatore che mentre vola, sorride, quasi distratto; quel musicista che distilla dallo strumento il sublime, come se niente fosse; l’uomo grande e completo - viaggiatore, scienziato, maestro - che incanta e trascina con la discrezione e la magia della misura, quelli soli hanno il prestigio della sprezzatura. Che è una scintilla nel gran lume rinascimentale della «grazia».
Base di tutto, assicurano gli storici, era l’Umanesimo, la riscoperta innamorata delle humanae litterae, dei classici, dei Latini prima, poi dei Greci. E qui troviamo tanti altri impulsi per sondare i segreti del Rinascimento. Per esempio la coesione tra le culture. Oggi è un luogo comune - anche nella pratica scolastica - che scienza e letteratura siano orticelli separati. Di qui il narratore, il letterato, il poeta. Di là lo scienziato, il tecnico. In mezzo, gli steccati. Liceo scientifico, o istruzione tecnica, per chi ama la matematica. Classico, per chi «è portato» per le discipline dette, appunto, umanistiche. Un’aberrazione, per i rinascimentali.
Lo capiamo dal caso di Andrea Vesalio, un luminare della scienza, che da professore, a Padova, rilanciò l’anatomia dalla preistoria all’età moderna. Aveva frequentato studi umanistici nella nativa Lovanio, poi a Parigi, prima di procedere a un’edizione delle opere di Galeno, il precursore greco. Fatica di filologia, prima che di scienza in senso stretto. Proprio la filologia, la passione per la parola, è un processo esemplare di scienza, peculiare dell’epoca. Stanare nella miniera del testo la vena aurifera della verità, con la ricerca, il confronto, l’apporto di ogni metodo, il sudore del provando e riprovando. Per farsi dare dai classici - come già predicava Petrarca - tutte le risposte che hanno sempre in serbo. E per comunicarle a ogni adepto, mediante traduzione.
Con la Politica di Aristotele tradotta dal fiorentino Leonardo Bruni (celebre la sua versione di demokratia, con popularis status, logica per un’ideologia comunale che vedeva nel popolo il primo attore politico) si apriva una stagione rinascimentale fra le più attraenti e proficue, quella del perenne dibattito sul volto dello stato. E anche qui c’è tanto da imparare. Machiavelli, il teorico del governo più accreditato, da Aristotele partiva, ma per superarlo. Non gli andavano a genio i massimi sistemi, lubrificati e perfetti, ma poco realistici. Il Segretario fiorentino fonda la politica moderna dei problemi e dei dispositivi concreti: finanze, forze armate, fisco, istruzione, rapporti Stato-Chiesa, le sfide che impegnano qualsiasi premier di oggi. Compresa la bestia nera della «corruzione», che nel codice rinascimentale non è l’equivalente di mafia, camorra o tangentopoli, ma la temutissima decadenza di forma, da democrazia ad anarchia, da aristocrazia a oligarchia, fino alla più esecrata, dal monarca al tiranno.
L’antidoto è l’equilibrio della costituzione mista, la chimera della stabilità, oggetto del desiderio anche di ogni nostro leader politico: non per l’eterno, almeno per una legislatura.