Rocca baby-sitter «Dopo il trionfo cullo il mio bebè»

«Non parlatemi di Olimpiade: la sento ancora lontana. Ora voglio solo vincere ancora in Coppa. Sono felice, mi accorgo di piacere alla gente»

Maria Rosa Quario

Appuntamento telefonico alle ore 15.45. Ritardo di qualche minuto, lui non risponde. Nemmeno il tempo di pensare al possibile bidone ed ecco il cellulare che squilla, il nome Rocca che appare sul display, la sua voce calma dire «eccolo, scusa!». Lo richiamo, stavolta non ha minuti gratuiti da consumare, in passato è capitato anche che l’intervista si facesse a carico suo. Non credo capiti con molti altri atleti.
Dopo la passeggiata mattutina con la moglie Tania e il figlio Giacomo, nato il 21 novembre, Giorgio Rocca è nella sua casa di Livigno. Si rilassa, ma nemmeno troppo. Il telefono non dà tregua: «È il prezzo da pagare, ma di sicuro non mi lamento».
Il valore di Rocca dopo due vittorie si è alzato, trovare lo sponsor sarà ancora più difficile.
«E invece no. Nelle ultime ore ci sono stati contatti, forse non sarà già per domenica in Alta Badia, ma la settimana prossima a Kranjska Gora dovrei correre con il nuovo sponsor sulla testa».
Miracolo, allora vincere serve davvero.
«Vincere ma anche fare vedere la propria faccia. Non avere obblighi di sponsor sul cappellino mi ha permesso di apparire in televisione e nelle foto con la mia faccia ben in mostra. A qualcuno sarò piaciuto».
Come sta?
«Sto con Giacomo in braccio, non si sente? Ha qualche problemino, ha appena mangiato, non riesce a coordinarsi bene per fare quello che deve, si lamenta».
Intendevo come sta di umore.
«Ho già risposto, sto con Giacomo in braccio, e come può stare un papà con in braccio suo figlio? Sto da dio, sono felice, avevo proprio bisogno di fargli un po’ di coccole. Lui magari non sente questa esigenza, non ancora forse, ma per me è fondamentale».
Quando Giacomo è nato, lei ha detto di aver provato l’emozione più forte della sua vita.
«Confermo. Il ginecologo me l’aveva anticipato, vedrai che sarà una cosa speciale mi aveva detto, anche per te che pure hai già provato emozioni forti. Aveva ragione, è stata una sensazione del tutto diversa da quella pur fantastica di lunedì sera a Campiglio».
Sembra di capire che sta vivendo un momento fantastico della sua vita.
«È così. Ho tutto quello che potrei desiderare, sto bene io come uomo e come atleta, sta bene mia moglie e sta bene mio figlio. Non chiedo nient’altro».
Bisogna però guardare avanti. Fino a dove?
«Non molto lontano. In questi giorni si parla tanto dello slalom olimpico, è ovvio che ci penso anch’io, ma lo vedo ancora lontano, quindi preferisco concentrarmi sulle prossime gare, sul fatto che voglio continuare a sciare e a godere come lunedì sulla pista di Madonna di Campiglio, dove mi sono veramente divertito».
Tomba si è lamentato perché lunedì sera la Rai ha troncato la trasmissione senza darle la parola dopo il trionfo. Ancora una volta si è parlato di Alberto dopo una vittoria di Rocca. Fastidio?
«In questo caso no, ha fatto un gesto da amico, ha preso le mie parti, se fa polemiche costruttive ben venga, è giusto che si dia la parola a un campione come lui».
Vincendo la sua ottava gara ha eguagliato Gustav Thoeni nella classifica dello slalom. Bello, no?
«Gustavo è ancora molto più popolare di me, quando andiamo in giro la gente dai trenta in su riconosce più lui di noi tutti messi assieme».
Era Thoeni il suo idolo quando era ragazzino?
«A dire il vero no, nel 1975, quando Gustavo vinceva già la sua quarta coppa del mondo, io nascevo. I miei idoli sono stati Pirmin Zurbriggen e poi Tomba, perché era italiano».
Si parla tanto dei meriti del suo staff, ma in pochi lo conoscono davvero. Ce lo presenti, a cominciare da Claudio Ravetto, il tecnico biellese.
«Stratega delle gare, con poche parole mi dà sempre il consiglio giusto: a Campiglio mi ha indicato il punto in cui avrei dovuto cercare di vincere. Ho eseguito, bene credo».
Roberto Manzoni, il preparatore atletico di Asti.
«Da lontano riesce a darmi tranquillità, da un anno condivide e apprezza il mio modo autonomo di gestire i due giorni che precedono la gara. Sul programma atletico, sul lavoro da fare negli altri periodi invece non si discute, comanda lui».
Reinhard Brugger, lo skiman altoatesino.
«Ottimista, tranquillo, sereno, equilibrato. Ho totale fiducia in lui. Decidiamo alla vigilia della gara quali sci userò, prima del via non ho nemmeno bisogno di provare. Parto e so di avere il meglio possibile sotto i piedi».
Gli altri?
«Vercelli, lo psicologo, da alcuni anni assieme facciamo un buon lavoro. Cornetti, il fisioterapista, mi coccola il ginocchio malandato anche due volte al giorno, sarebbe disponibile anche alle quattro del mattino. Carca e Manganaro, che aiutano Ravetto e che avendo un buon feeling con lui ce l’hanno anche con me. Poi Andrea Vidotti, l’uomo che smista e gestisce tutto l’extra sci. È bravissimo. Poi Tania, la più importante di tutti, perché è mia moglie: lei c’è e ci sarà sempre».
Che fa Giorgio Rocca nel tempo libero, ammesso ne abbia?
«Devo averne, Manzoni mi dice che devo anche trovare il tempo per annoiarmi. È dura con la vita frenetica che faccio, ma a volte capita. Dopo la sbornia estiva di Sudoku, ora cerco di leggere qualche libro. Amo il genere catastrofico, quando si parla di eventi naturali come tsunami o eruzioni di vulcani. L’ultimo letto è una riedizione sulla storia del Vajont. Non so perché, ma sono davvero attratto da queste storie».
E al povero Milan cosa vogliamo dire?
«Se il Milan perde ma Rocca vince può anche starmi bene, ma il massimo sarebbe vincere tutti e due!».