Sacco, gli allevatori in rivolta

Giacomo Legame

È dettata dalla disperazione la lettera che gli allevatori della Valle del Sacco, vittime prima dell’inquinamento e poi degli abbattimenti di bestiame decisi dalla Regione Lazio, hanno inviato a Marrazzo, ai consiglieri regionali, all’assessore all’Agricoltura Daniela Valentini, al ministro Alemanno e alla presidenza del Consiglio. Sott’accusa, la decisione della Pisana di procedere agli abbattimenti anche degli animali che dalle analisi sono risultati sani.
«Siamo i proprietari degli ultimi 400 capi di bestiame originari della Valle del Sacco - esordiscono gli allevatori -, i nostri animali sono sani, come certificano le analisi degli ultimi mesi»; dunque l’annuncio del ricorso al Tar, «per vedere riconosciuti i nostri diritti di imprenditori che hanno la volontà e i presupposti di legge per continuare a svolgere l’attività». Inevitabile il richiamo all’«emergenza» che ha colpito la Valle in provincia di Frosinone, poiché «dopo 10 mesi nessuna azione concreta ed efficace di risanamento dei terreni inquinati è stata avviata». La stessa individuazione dei siti inquinati, secondo i firmatari, «è tuttora approssimativa. A molti proprietari dei terreni limitrofi al fiume Sacco - si legge - non è stato notificato alcun provvedimento di perimetrazione, né specifici divieti di coltivazione. Sono stati solo apposti cartelli informativi, a notevole distanza l’uno dall’altro, senza alcuna ulteriore protezione».
Quindi il j’accuse: «Tuttavia, nel frattempo, con insolita celerità - scrivono gli allevatori - si è proceduto all’abbattimento di oltre 5.500 capi di bestiame, cancellando di fatto una tradizione zootecnica ed eliminando un patrimonio genetico, risultato di decenni di lavoro, che ha permesso fino ad oggi la produzione di latte di alta qualità e l’ottimale adattamento degli animali alle condizioni locali». L’amarezza sgorga come un fiume in piena allorché gli imprenditori agricoli mettono nero su bianco che, al contrario, si sarebbero aspettati la «solidarietà» di quanti, «a parole, si vantano di essere difensori degli animali», anche perché «il solo abbattimento senza contestuali interventi di bonifica espone i capi reintrodotti negli stessi siti a una nuova, potenziale contaminazione. Infatti è di questi giorni la notizia, peraltro fornita dall’assessorato all’Agricoltura, di nuove aziende positive ai controlli sulla presenza nel latte di betaesaclorocicloesano».
Il timore è che si stia innescando «un circolo vizioso», e la «perplessità» riguarda «i soggetti che risulteranno realmente favoriti alla fine di questa vicenda. E allora a chi giova tale situazione?». L’assessore Valentini - scrivono ancora gli imprenditori agricoli - «sbandiera il consenso degli allevatori ai piani di abbattimento», ma «noi avremmo molto da dire. Ci sono tanti modi di ottenere il consenso. Per esempio, A. P., l’allevatore morto subito dopo l’avvio a distruzione dei suoi animali, aveva apposto una firma sotto un modulo. Lo vogliamo chiamare consenso?». Non solo. «Anche chi ha “acconsentito” all’abbattimento - si legge ancora - incontra enormi difficoltà nella ricostituzione del suo patrimonio zootecnico. A distanza di tanti mesi e dopo l’abbattimento di tanti capi», ancora non si conosce il valore degli indennizzi che verranno corrisposti. «È certo che una manza gravida di media genealogia costa 2mila euro, molto più delle somme risarcitorie fin qui ventilate e che, per giunta, sembra si stiano assottigliando pesantemente».
Di qui l’auspicio finale, perché «nei primissimi mesi del nuovo anno - concludono gli allevatori - si proceda alla realizzazione dell’intervento di bonifica fin qui solo annunciato», per «ricreare condizioni di qualità della vita tali da garantire la tutela della salute delle popolazioni residenti», e «assicurare la continuazione delle attività produttive agricole storicamente radicate in questa zona».