Real-Atletico, che invidia. La Spagna si è presa tutto

Il derby Champions fra chi non può perdere e chi non ha nulla da perdere. Ancelotti, vittoria o esonero. Simeone comunque in trionfo dopo la Liga

Padre e figlio divisi da una partita di calcio. D'accordo è una finale, addirittura di champions league, ancora di più tra due squadre spagnole, non è finita, entrambe di Madrid. La famiglia reale di Spagna vive in stanze separate. Va da sé che per ragioni di ditta Re Juan Carlos tifi per il Real Madrid. Ma suo figlio Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos di Borbone e Grecia, principe delle Asturie, sventola la bandiera biancorossa dell'Atletico. Vanno così le cose stasera a Lisbona, dove centomila spagnoli emigrano alla ricerca di una decima o di una prima. Real-Atletico, derby di sempre, per 154 volte di fronte ma stavolta come non mai prima e forse dopo. Lisbona è la terra del fado e il destino ha combinato questo incontro di magia e di football.

L'impero del Real, i suoi milioni, le nove coppe dei campioni contro la favola dell'Atletico che di questo torneo ha conosciuto soltanto una maligna finale, quarant'anni fa, pareggiata 1-1 contro il Bayern e persa nella ripetizione (non esisteva ancora la soluzione ai rigori) due giorni dopo.

La memoria ripropone la semifinale del Cinquantanove, il Real di Puskas e Di Stefano superò nella bella di Saragozza l'Atletico di Vavà, il brasiliano mondiale. Coriandoli di una fiesta antica che stasera provoca ansia, paure, preoccupazioni. Carlo Ancelotti sa di non poter sbagliare. Ha vinto e stravinto dovunque ma il Real insegue da troppo tempo la decima, il trionfo a due cifre e Ancelotti vive ore di tensione perché Florentino Perez, il presidente, non gli perdonerebbe un'altra sconfitta contro l'Atletico di Simeone, vincitore della Liga. L'ombra di un esonero è pesante, in tribuna stampa Mourinho commenterà per Yahoo la partita, dopo aver detto di tutto contro la prostituzione intellettuale dei giornalisti si allinea e parla e opina. È una goccia di cianuro che si aggiunge al veleno della sfida.

Non c'è via di uscita per il Real, la vittoria è un obbligo, per l'Atletico è un dono de Dios che però ha ferito i muscoli dei due assi, Arda Turan e Diego Costa assenti all'appello.

Il pallone è perfido, diventa una trappola di sogni e di emozioni, Madrid diventa la capitale del calcio europeo e mondiale, ha preso in affitto Lisbona per illustrare la propria gloria. Gode la capitale a essere l'ombelico del mondo mentre Barcellona resta nel controluce del proprio tramonto.

Ci sono i millionaros del Paseo de la Castellana, le "merengues" del Real contro los indios del Paseo de los Malincolics, i materassai dell'Atletico per il colore delle loro casacche.

Cresce l'invidia nostra vedendo ancora gli spagnoli giocare con nacchere e coppe mentre noi restiamo con balocchi di fortuna, loro sono campioni di tutto, del mondo, d'Europa, di nazionale, di club e stasera vogliono ribadire la gloria con il football di qualità, senza bombe carta, fumogeni, coltelli. È, questa finale, l'Expo del calcio vero, poesia e prosa, non sai per chi tifare, qualunque scelta è giusta, di qua Ronaldo, Benzema, Bale, di là Koke, Raul Garcia, Villa. Letti così non dovrebbe esserci partita. Ma è una illusione ottica. Il football non è una scienza. È arte imprevedibile, è come il mattino di un giorno di cui nessuno può conoscere il tramonto. Lo stadio di Lisbona porta un nome che lo conferma: Da Luz, la Luce.