Sono stati assolti ma devono pagare. Con la casa, i beni e i loro risparmi per un reato che non hanno commesso. Quando si parla di riforma della Corte dei Conti bisognerebbe pensare a storie come queste. Alessandro Incecchi e Rosa Loredana Bruno sono due imprenditori che domani compariranno davanti alla Corte d'Appello di Roma dopo 14 anni di calvario giudiziario dal quale pensavano finalmente di essere usciti. E invece no. Perché dopo una causa in cui hanno subito ingiustamente perquisizioni, sequestri, intercettazioni, arresti domiciliari, interdizioni, obblighi di firma e processi conclusi con un'assoluzione perché il fatto non sussiste la Corte dei Conti aveva già emesso una sentenza di condanna per oltre 2,2 milioni di euro, ritenendo esistente un danno erariale fondato sugli stessi fatti materiali che il giudice penale ha successivamente dichiarato inesistenti.
È qui che nasce il paradosso, come spiega al Giornale il loro legale Fabio Viglione: se quel fatto non è mai accaduto non può trasformarsi in un fantasma che si materializza in un'altra sede giudiziaria mettendo sul lastrico due cittadini dichiarati innocenti nel processo penale. Domani i legali chiederanno che questa sentenza della magistratura contabile non produca più effetti esecutivi dopo che il presupposto fattuale sul quale si fondava è stato definitivamente escluso dal giudice penale, che ha anche escluso radicalmente l'esistenza del danno contestato ma che stranamente non può incidere sulla decisione contabile ormai passata in giudicato.
Domani due cittadini proclamati innocenti rischiano di perdere tutto, in un cortocircuito che incide sul valore concreto dell'assoluzione penale nel nostro ordinamento.