Mauro Moretti è entrato in carcere con le sue gambe, a più di settant’anni, dopo che la Cassazione ha messo il sigillo su una condanna che offende la ragione prima ancora del galantuomo che colpisce. Si è presentato da solo davanti al cancello, come fanno gli uomini che non hanno niente da nascondere e tutto da perdere, e quel gesto dovrebbe bastare a far arrossire chi lo ha spedito là dentro. Diciassette anni di processi per sbattere in una cella un signore che oggi è pericoloso esattamente come un soprammobile.
Non funziona così la giustizia.
Per anni gli hanno contestato infrazioni precise, articoli, commi, norme italiane ed europee, e su quei punti è stato assolto, perché quelle regole le aveva rispettate. Allora il ragionamento giudiziario ha spalancato la porta a un principio antico e nobilissimo, il neminem laedere, non nuocere a nessuno, e glielo ha rovesciato addosso come una colpa: non bastava osservare le norme scritte, bisognava intuire un dovere superiore che nessuno aveva mai messo nero su bianco in modo tale da orientare davvero la condotta di un amministratore. Lo ha spiegato lui, con la pacatezza dell’ingegnere che ha sempre creduto nei numeri e nei documenti: così si manda in pezzi la certezza del diritto, perché il cittadino non sa più come comportarsi neppure quando le regole esistono e sono chiare. È un principio tirato così in alto da somigliare a un capriccio divino. E il bello, si fa per dire, è che le norme che avrebbe dovuto oltrepassare in nome della sicurezza non le ha cambiate nessuno, neppure dopo la tragedia.
La strage di Viareggio, 29 giugno 2009, trentadue morti, non fu una fatalità ma un crimine, l’intreccio di negligenze spaventose. Nessuno qui assolve la strage, nessuno chiede indulgenza per chi ha sbagliato davvero; si chiede soltanto che un dolore immenso e impossibile da risarcire non diventi una scorciatoia probatoria. A uno strazio simile non si pone rimedio grazie a un algoritmo emotivo che plachi la folla con un colpevole grande e possibilmente antipatico: e Moretti era perfetto per il rito perché stava in cima alle Ferrovie. Ma perché? Il buon senso, avrebbe scritto Manzoni, c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune. Il senso comune è l’umore della piazza che vuole colpire chi sta in alto, e stavolta ha vinto lui.
Il ragionamento con cui lo hanno trascinato verso il falò è un sofisma travestito da prova logica. Moretti ha risanato le Ferrovie portandole in tre anni da un dissesto tipo Alitalia a venti milioni di utili, e ha completato l’Alta velocità tra Torino, Milano, Firenze e Roma con puntualità svizzera.
Dunque, hanno dedotto, deve aver tagliato sulla sicurezza.
Dicerie. I conti raccontano il contrario, perché l’unico capitolo mai sfiorato dalla spending review fu proprio quello dell’incolumità delle persone. A saltare i controlli, certificando come perfetti dei carri che erano bombe volanti, furono i tecnici della ditta bavarese che li aveva noleggiati. Su quella tracciabilità, a mio avviso, il ragionamento giudiziario non ha tratto tutte le conseguenze, perché altrimenti sarebbe crollato il teorema e con esso la liturgia del tribunale del popolo. Da osservatori terzi, non travolti dalla sofferenza, si era capito da tempo che Moretti aveva impartito le disposizioni giuste, e che non gli si poteva chiedere di battere di persona il martelletto sulle ruote di ogni treno d’Italia per stanare quelle guaste. Lo hanno punito lo stesso, perché alla pace sociale serviva non la verità ma il Pezzo Grosso da dipingere insensibile e cattivo.
Per fabbricare un mostro occorreva mettergli in bocca parole gelide, e gliele hanno ritagliate addosso pescandole in un contesto di caos totale, finché Moretti è diventato non più un imputato, ma una maschera: il manager senz’anima, il burocrate della sciagura. Capita anche in Guerra e pace, quando il governatore di Mosca getta in pasto alla folla l’innocente Verešcagin per saziare la sete di vendetta, e così aggiunge ingiustizia a ingiustizia. Lo ricordo bene, Moretti, nell’aula d’appello di Firenze: chiese di parlare e dalla platea dei parenti si alzò l’urlo di Munch, zitto, e lui si voltò cercando per un attimo quegli occhi, senza sfida, con una frase muta nello sguardo: non vi biasimo, ma non sono io che ho ucciso i vostri cari. Fu un gesto di scandalosa umanità, che naturalmente non poteva trovare cittadinanza nelle carte processuali, ma che diceva molto sull’uomo.
Sì, è un vecchio sindacalista della Cgil, un comunista, e a destra qualcuno storcerà il naso. Però era Stalin che ammazzava i comunisti, non noi. Chi sta dall’altra parte ha almeno il dovere di riconoscere i galantuomini, anche quando portano la tessera sbagliata.
Mi domando a chi giovi, oggi, tenere in cella un uomo di 72 anni del tutto inoffensivo. Ai morti di Viareggio di certo no, perché loro avrebbero diritto alla verità e non a un capro espiatorio, e la sicurezza dei treni resta quella di prima, con le stesse norme rimaste pigramente al loro posto. La condanna ormai è irriformabile, lo so.
Oppure sì?