“Mamma, perché i ragazzi della mia età sono scesi in piazza per distruggere tutto?”. Me lo ha chiesto mio figlio, 12 anni, dopo aver visto le immagini dei violenti scontri avvenuti a Milano. Una domanda per la quale è difficile trovare una risposta che non sia una semplificazione. Perché dirgli che quei ragazzi hanno sbagliato è facile. Spiegargli perché alcuni giovanissimi possano arrivare a confondere una manifestazione con una guerriglia è molto più complicato.
Milano, tra i baby saccheggiatori anche un 11enne: identificato dopo i video sui socialIl bisogno di sentirsi parte di un gruppo
A dodici anni il giudizio degli amici conta moltissimo. Sentirsi accettati, non essere esclusi, fare quello che fanno gli altri: sono dinamiche che ogni genitore conosce. Il gruppo può diventare un riferimento così importante da rendere difficile fermarsi a valutare le conseguenze delle proprie azioni. E quello che da soli non si farebbe può sembrare meno grave quando lo fanno tutti.
Non significa che i ragazzi coinvolti a Milano siano stati necessariamente trascinati dagli altri. Significa, però, che dobbiamo aiutare i nostri figli a riconoscere la pressione del gruppo e a capire che l’appartenenza non può diventare una rinuncia alla propria responsabilità.
Poi ci sono i social. Le chat, i video, gli inviti che circolano rapidamente e la possibilità di sentirsi protagonisti di qualcosa possono amplificare comportamenti ed emulazione. Un gesto ripreso e condiviso può trasformarsi in una dimostrazione di coraggio agli occhi di chi guarda, anche quando nella realtà si tratta di una forma di sopraffazione o di un atto illegale.
È questo che ho cercato di spiegare a mio figlio: non tutto quello che diventa virale merita di essere imitato, non tutto quello che fanno gli amici è giusto e non si diventa meno coraggiosi quando si decide di tirarsi indietro.
La bibbia dei maranza: così gli anarchici pilotano i 12enniLa protesta non è una guerriglia
C’è poi un confine che non può essere confuso. Si può manifestare, contestare il potere politico, denunciare un problema sociale e chiedere cambiamenti. Ma una cosa è partecipare a una protesta, un’altra è saccheggiare un negozio, devastare una strada o mettere in pericolo altre persone.
Non sappiamo se tutti i giovanissimi coinvolti nei disordini avessero compreso le ragioni della manifestazione, se le condividessero o se fossero semplicemente attratti dalla possibilità di partecipare a qualcosa di trasgressivo. Proprio per questo, a mio figlio ho detto che non basta essere in piazza per sapere perché si è in piazza. Bisogna capire le ragioni di ciò che si fa, assumersene la responsabilità e riconoscere che la rabbia non autorizza la violenza.
Mattarella: “Non rivolgersi ai giovani con indifferenza o meschina sottovalutazione”Non voglio che mio figlio abbia paura dei suoi coetanei
Ma c’è un’altra cosa di cui gli ho parlato. Non voglio che mio figlio guardi quelle immagini e finisca per pensare che i ragazzi della sua età siano tutti così, che crescere significhi necessariamente diventare violenti o che il mondo degli adolescenti sia soltanto un problema da contenere.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato a non guardare ai giovani con “indifferenza o meschina sottovalutazione”, ricordando che molti di loro hanno bisogno di opportunità per costruire il proprio futuro. È un richiamo che sento importante anche da madre: condannare comportamenti inaccettabili non significa condannare un’intera generazione.
A dodici anni ci sono ancora tante possibilità, tanta curiosità, la capacità di entusiasmarsi per una scoperta, di appassionarsi a un’idea, di impegnarsi per qualcosa in cui si crede. C’è la possibilità di sbagliare, ma anche quella di imparare a scegliere. Non voglio che mio figlio perda la fiducia in tutto questo per le responsabilità e le colpe di alcuni.
Voglio che sappia che esistono ragazzi che sbagliano gravemente e che devono rispondere delle proprie azioni. Voglio che capisca quanto possano pesare il gruppo, i social e il desiderio di essere accettati. Ma voglio anche che continui a credere nella bellezza dei suoi dodici anni, nella libertà di pensare con la propria testa e nella possibilità di usare la propria energia per costruire, non per distruggere.
Forse la risposta alla sua domanda non può essere una spiegazione definitiva. Può essere, però, un punto di partenza: capire gli altri senza giustificarli, non seguire il gruppo soltanto per paura di restare soli e non confondere mai la forza con la violenza. Perché a dodici anni si può già imparare che avere il coraggio di dire no è importante quanto avere quello di scendere in piazza per dire sì a qualcosa in cui si crede.
