Italia, Romania e Nato "complici" dell'attacco americano. Gli iraniani sfruttano il "siluro" lanciato da Mark Rutte, sull'infondato coinvolgimento del nostro e altri paesi nella guerra alla Repubblica islamica. "Le parole a caso del Segretario generale della Nato - sottolinea il ministro della Difesa, Guido Crosetto - rischiano di produrre conseguenze ben più serie sul piano internazionale". Su X, il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Esmail Baqei, ha colto al volo l'intervista di Rutte a Fox news: "L'Italia e la Romania sono esplicitamente nominate dal segretario generale della Nato come partecipanti all'aggressione contro l'Iran". L'uomo di Trump, più che dell'Alleanza atlantica, aveva parlato di 4-5mila voli dalle basi americane in Europa in appoggio ai bombardamenti della Repubblica islamica. E citato espressamente l'Italia con 500 voli e la Romania. Peccato che i voli fossero molti meno, come ha ribadito Crosetto, "di gran lunga meno del numero di voli in transito negli ultimi 7 anni", tutti tecnici e logistici, previste dai trattati, non raid per sganciare bombe. L'Italia non è mai scesa in guerra con l'Iran, ma Baqei, attacca: la Nato "e i suoi singoli Stati membri devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze".
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dovuto chiamare il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi, per spiegare che "l'Italia non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l'utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l'Iran". La riapertura della nostra ambasciata a Teheran, da venerdì scorso, è "un forte segnale di dialogo anche in vista della ripresa dei rapporti economici e culturali". Tajani ha chiesto, però, "che si torni ad una piena apertura dello Stretto di Hormuz". La vera posta in gioco è proprio lo Stretto. I Pasdaran puntano i piedi nei confronti della missione europea, che coinvolge anche l'Italia, di sminamento e protezione del traffico mercantile attraverso Hormuz. Nelle ultime ore la Marina dei Guardiani della rivoluzione ha colpito un mercantile che seguiva le rotte decise dall'Oman e dall'Imo, l'Organizzazione marittima delle Nazioni Unite. I Pasdaran vogliono controllare Hormuz e l'obiettivo è riscuotere pedaggi, mascherati da "assistenza marittima", che potrebbero generare 40 miliardi di dollari l'anno, come per lo stretto dei Dardanelli. Il rischio è che la missione dei nostri cacciamine, assieme ad altre unità navali europee rimanga al palo, nonostante le pressioni americane. L'impressione è che siano gli iraniani a volersi occupare della bonifica e di garantire rotte sicure.
Non solo: la missione italiana, che coinvolgerebbe una ventina di paesi, compresi quelli del Golfo con i loro porti, è "multidominio" con assetti navali, aerei e terrestri, che sorveglieranno il traffico marittimo attraverso Hormuz. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che, alla prima tregua, all'inizio di aprile, era volata nella regione aveva assicurato che "l'Italia intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo" per difendersi dall'Iran. E lo abbiamo fatto: "Assetti di difesa aerea di vario genere sono presenti in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati arabi", conferma una fonte militare del Giornale. Nel rispetto del decreto missioni abbiamo spostato unità, compresa una batteria anti missili Samp T, sistemi contro i droni, radar terrestri e aerei per l'allarme preventivo e caccia, che erano presenti anche prima della guerra.
La fonte sottolinea che "la postura è esclusivamente difensiva" e impiega qualche centinaio di uomini per "proteggere i nostri interessi nazionali" ovvero i paesi da dove arrivano gas, petrolio, investimenti in Italia ed esportiamo beni. L'ultimo tassello, del 16 giugno, è una seconda batteria Samp T inviata, su richiesta turca, al terzo comando della base di Konya, nell'Anatolia centrale "nel quadro del piano di difesa permanente della Nato".