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storia d'assalto

Nazario Sauro, l’irredentista che scelse l’Italia fino alla morte

Irredentista, marinaio e ufficiale della Regia Marina: Nazario Sauro mise la propria esperienza al servizio dell’Italia nelle operazioni navali della prima guerra mondiale, sacrificando la sua vita per la patria che aveva scelto

Nazario Sauro

Pola non è un patibolo e non è un sepolcro: non per Nazario Sauro, non per i combattenti ch’egli conduce. E’ una meta romana! E il suo ultimo grido è il nostro grido perpetuo, in petto e in bocca, in silenzio e in clamore: Viva l’Italia!”. Così, il vate Gabriele d’Annunzio parlò di Sauro, giustiziato tramite impiccagione dagli austriaci che non vollero concedergli la sua patria, ritenendolo loro e disonorandolo con l’accusa di alto tradimento. Era il 10 di agosto del 1916.

Tenente di vascello della Regia Marina, Nazario Sauro affrontò il patibolo con il coraggio che appartiene solo ai patrioti. Aveva 34 anni, cinque figli e l’amore per la terra che sentiva sua più d’ogni altro italiano. Poiché l’aveva scelta.

Nato a Capodistria quando la città apparteneva all’Impero austro-ungarico, il 20 settembre del 1880, Nazario Sauro era figlio di un marittimo, e del mare voleva fare la sua vita. Dalla gavetta come marinaio a fianco di suo padre, alla scuola nautica di Trieste, fino al primo imbarco nella Marina Mercantile, quest’uomo dalla taglia forte e lo sguardo profondo e buono aveva navigato in lungo e in largo per l’Adriatico, facendo sue le coste e i porti, le acque e i venti, che conosceva come le sue tasche. Una conoscenza intima, sicura, qualcosa che era maturato in lui come la sua ribellione irredentista sfociata in puro senso d’appartenenza. Qualcosa che allo scoppio della Grande Guerra deciderà di consegnare a quella che sentiva patria sua, l’Italia. Dopo aver lasciato l’Impero asburgico per raggiungere la Serenissima Venezia, infatti, Sauro s’era arruolato volontario nella Regia Marina dove ottenne il grado di tenente di vascello.

Nella sua esperienza di marinaio e capitano di piroscafi, Sauro si era “impratichito” delle coste dalmate, delle rotte negli stretti canali, e conosceva bene le condizioni idrografiche e le vicissitudini meteorologiche di questo tratto di mare. Allo scoppio del primo conflitto mondiale si portò subito a Venezia, arruolandosi volontario nella Regia Marina dove ottenne il grado di Tenente di Vascello di complemento.

Uomo già noto al governo italiano per aver fornito informazioni di rilevante importanza durante la Guerra di Libia, in 14 mesi prese parte a oltre 60 missioni di guerra, operando a bordo di unità di superficie e sommergibili, e contribuendo alle incursioni italiane contro obiettivi austro-ungarici. Il suo incarico come “Tenente di Vascello speciale” per nomina diretta dall’Ammiraglio Thaon di Revel, che pose sul capo di Sauro “un berretto trigallonato”, è proprio quello di condurre, anche in condizioni di estrema difficoltà, le navi da guerra italiane nelle acque austriache. Nazario Sauro conosce i “luoghi, le persone, gli usi”, e grazie a lui vengono portate a termine incursioni temerarie e impensabili.

Le imprese di Sauro vengono celebrate dalla Marina Militare, che ricorda come abbia partecipato al forzamento della base di Monfalcone a bordo del cacciatorpediniere Bersagliere, abbia violato il porto di Sistiana e reso possibile, dando ancora una volta prova delle sue inestimabili conoscenze e capacità di marinaio, il recupero del piroscafo Timavo. La notte del 26 maggio forzò il porto di Trieste con la torpediniera 24 OS. Il suo comandante ricorderà come in una notte “oscurissima, fosca e piovigginosa” il successo della missione venne reso possibile dalla “pratica e coraggiosa serenità del pilota Sauro”, capace di orientarsi “nelle sfavorevolissime circostanze… entro l’anfiteatro uniforme e oscuro della conca di Trieste”. A bordo del sommergibile Atropo prenderà parte all’incursione nel Quarnerolo e sarà poi protagonista della “Beffa di Parenzo”.

Poi arrivò il 30 luglio 1916. Alle dieci del mattino Nazario Sauro salì a bordo del sommergibile Giacinto Pullino come pilota per la sua sessantaduesima azione di guerra. La missione prevedeva di forzare il porto di Fiume e silurare alcuni piroscafi impiegati dagli austro-ungarici per il trasporto di truppe e rifornimenti verso la base di Cattaro attraverso i canali dalmati. Ma il Pullino non raggiunse mai il suo obiettivo: complice la fitta nebbia e, probabilmente, una forte corrente, il sommergibile s’incagliò sullo scoglio dell’isolotto della Galiola, nel Quarnaro. Fallito ogni tentativo di disincaglio, l’equipaggio distrusse cifrari, documenti segreti e apparecchiature di bordo e predispose il battello per l’autoaffondamento. Mentre i marinai si allontanavano su una barca a vela requisita, Sauro scelse di proseguire da solo su una piccola lancia a remi, tentando di raggiungere la costa. Venne però catturato dal cacciatorpediniere austriaco Satellit. Cercò di nascondere la propria identità usando il nome di Nicolò Sambo, ma a nulla valse.

Gli austriaci fecero comparire davanti a Sauro alcuni familiari e, mentre sua madre e sua sorella Maria, comprendendo il pericolo e le conseguenze, finsero di non conoscere l’uomo che avevano davanti, suo cognato, Luigi Steffè, ne confermò l’identità segnandone il destino. Accusato di alto tradimento, venne condannato a morte.

La condanna venne eseguita alle ore 17:45 del 10 agosto 1916, quando Nazario Sauro salì il patibolo privo di timore, affrontando la morte con il coraggio di chi non rinnega le proprie decisioni. Avrebbe compiuto 35 anni in settembre.

Per i servizi resi e il suo sacrificio, venne insignito della medaglia d’oro al valor militare, con la motivazione di seguito riportata per intero: “Dichiarata la guerra all’Austria, venne subito ad arruolarsi volontario sotto la nostra bandiera per dare il contributo del suo entusiasmo, della sua audacia ed abilità alla conquista della terra sulla quale era nato e che anelava a ricongiungersi all’Italia. Incurante del rischio al quale si esponeva, prese parte a numerose, ardite e difficili missioni navali di guerra, alla cui riuscita contribuì efficacemente con la conoscenza pratica dei luoghi e dimostrando sempre coraggio, animo intrepido e disprezzo del pericolo. Fatto prigioniero, conscio della sorte che ormai l’attendeva, serbò, fino all’ultimo, contegno meravigliosamente sereno, e col grido forte e ripetuto più volte dinnanzi al carnefice di «Viva l’Italia!» esalò l’anima nobilissima, dando impareggiabile esempio del più puro amor di Patria”.

L’onorificenza fu conferita motu proprio dal re Vittorio Emanuele III con decreto del 20 gennaio 1919 e consegnata alla madre, che lo aveva educato allo spirito patriottico italiano, il 26 gennaio 1919, in occasione dell’esumazione della salma e della successiva sepoltura nel cimitero della marina. Ora riposa nel Tempio Votivo del Lido di Venezia, che è dedicato a tutti i Caduti della Grande Guerra; e come venne ricordato da suo nipote, l’ammiraglio Romano Sauro, “la sua tomba è rivolta verso l’Istria, il mare Adriatico e la libertà per cui visse, lottò e morì”.

Quanto è stato scritto potrebbe essere sufficiente, eppure forse è il caso di riportare per intero, in questi tempi ostili al tramandare l’attaccamento alla patria, che oggi molti preferiscono chiamare semplicemente nazione, la lettera che Nazario Sauro lasciò a suo figlio Nino, insignito anch’esso della medaglia d’argento al valor militare per aver svolto con “ardimento e sagacia” il compito affidatogli dal padre a soli 12 anni: portare clandestinamente passaporti presso il Consolato d’Italia a Trieste.

Caro Nino, tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere d’italiano. Diedi a te, a Libero ad Anita a Italo ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla carta; questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l’ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa patria, giura o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani! I miei baci e la mia benedizione. Papà. Dà un bacio a mia mamma che è quella che più di tutti soffrirà per me, amate vostra madre! E porta il mio saluto a mio padre”. Mentre alla moglie Caterina, Nazario Sauro lasciò parole che si fa fatica a leggere senza provare una certa commozione: “Insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo”.

Ovunque questa lettura vi trovi, che sia a mente o a voce alta, ancora una volta, come sovente mi prendo la libertà di fare, v’invito a ripetere con sincero orgoglio: Viva l’Italia!

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