1909-2009, il Futurismo che verrà

Il Marinetti dimenticato: ecco l’ultimo poema sul primo martire di Salò.
Lo scrittore futurista lo pubblicò nel ’44, prima della morte. Testo
oggi rarissimo, è dedicato al capitano Rino Cozzarini

La notizia ufficiale arrivò ai quotidiani del nord soltanto il 22 dicembre 1943. Marinetti la lesse sui giornali di Venezia, dove abitava, stanco e sofferente per i postumi della dura campagna di Russia che il non più giovane poeta (66 anni) aveva affrontato da volontario. La notizia era la morte eroica del primo ufficiale dell’esercito repubblicano, caduto in Italia meridionale a Mignano Montelungo, sulla tormentata linea Falciano-Mondragone. La prima medaglia d’oro della Rsi, il capitano dei bersaglieri Rino Cozzarini, ucciso il 10 novembre.
La stampa di Salò dà grande risalto alla notizia. La figura del giovane ufficiale ha tutti i requisiti per rappresentare quella «bandiera dell’onore» che costituisce il collante morale della Repubblica sociale, la giustificazione della reale sudditanza agli occupanti tedeschi. Sulla Domenica del Corriere del 2 gennaio 1944 una tavola di Walter Molino rappresenta la scena: i volontari armati di bombe a mano e bottiglie di benzina cercano di fermare i carri armati alleati. Un passo più avanti il capitano Cozzarini scaglia la bomba un attimo prima di cadere fulminato.

La morte eroica corona una giovane vita di 25 anni, tutta ispirata al motto mussoliniano «Credere, obbedire, combattere», figlia di quel regime che tanto impegno aveva speso nel plasmare i giovani secondo il proprio credo. Lo spiega in parte la didascalia sotto il disegno di Molino: «Sul fronte dell’Italia meridionale, in un assalto contro carri armati nemici... è caduto da eroe il tenente Rino Cozzarini, da Venezia. Negli oscuri giorni dell’infausto armistizio egli aveva radunato - fra soldati sbandati, contadini e artigiani - circa settecento uomini formando un battaglione che a fianco dei camerati germanici si è interamente sacrificato per l’onore della nuova Italia». L’ignoto redattore della Domenica ignora evidentemente la recentissima promozione per meriti di guerra del caduto.

La breve vicenda umana di Cesare Cozzarini detto Rino, nato a Venezia il 10 ottobre 1919, è esemplare di una generazione vissuta «col cuore oltre l’ostacolo», incurante di bruciare rapidamente i propri anni. Nel 1937, appena diciottenne, il ragazzo veneziano era partito volontario per la guerra di Spagna, dove aveva avuto modo di conoscere un altro «volontario di lungo corso», quell’Ettore Muti di 17 anni più vecchio, ex ardito, legionario fiumano e ora spericolato aviatore. Anche lui destinato a non morire nel proprio letto.

L’armistizio dell’8 settembre 1943 sorprende Cozzarini a Milano da dove decide di fare rapidamente ritorno a Caserta, utilizzando mezzi di fortuna, per raggiungere il proprio reggimento. Ovviamente al suo arrivo trova la caserma vuota, sono i giorni dello sbandamento, del «tutti a casa». Cozzarini non è di quelli: va al comando tedesco, riesce a ottenere un camion e una motocicletta, si mette a battere le campagne per raccogliere uomini. Lancia anche un appello alla radio per invitare gli sbandati a tornare a combattere. In una ventina di giorni raccoglie camicie nere, fanti, marinai, artiglieri, bersaglieri e con questo variopinto ma deciso nucleo (seicento, forse settecento uomini) autonominatosi «Battaglione Mussolini», si presenta al comando tedesco che inquadra gli uomini nel 14°Panzergrenadier Korps. Il 30 settembre, il tenente Cozzarini è a Roma, deve presentarsi alla Caserma Mussolini. In via Giunio Bazzoni chiede indicazioni a una ragazza. Lei è bionda, graziosa, ha due anni meno di lui, studia canto All’Accademia della Gil di Roma. La chiameremo Laura. Uno scambio di sguardi e un amore subitaneo, almeno da parte di lui. Lei sarà la sua madrina di guerra.

Ma urgono altri impegni. Dopo un breve addestramento, il «Mussolini» viene mandato al fronte nella zona campana di Falciano-Mondragone. È il primo reparto della Rsi inviato al combattimento per contrastare l’avanzata della V Armata americana. Gli assalti sono continui e durissimi, il 31 ottobre il battaglione ha già perso 192 uomini ma è riuscito a respingere un massiccio attacco. Cozzarini viene insignito della croce di ferro tedesca e promosso capitano.
Talvolta ha il cuore altrove. Laura, che oggi ha tanti e tanti anni di più, conserva ancora le sue lettere in cui la chiama «fatina bionda». L’ultima soprattutto: «Nelle straducce del paese si stanno caricando i camion di materiali e di uomini che devono andare al fronte. Io finirò di scrivere questa lettera a te e poche righe a papà... prenderò posto su uno di questi camion e andrò a fare il mio dovere... non ritornerò, lo sento fin d’ora». E qualche riga più avanti, in piena adesione alla sua disperata scelta: «Quel giorno che per la prima volta sospirasti sul mio cuore, ricordi? Ti dissi: appartengo alla patria».

Anche Marinetti ha aderito alla Rsi ma si tiene in disparte. Uscirà dal suo silenzio solo dopo aver letto la storia dell’ufficiale. Il 3 aprile 1944 L’aeropoema di Cozzarini primo eroe dell’esercito repubblicano, appare sulla rivista veneziana Italia Nuova, poi su Orizzonte, infine le edizioni Erre pubblicano in maggio un libriccino di 23 pagine, con la copertina rossa, illustrata da un disegno al tratto di Gino Boccasile, oggi costosa rarità bibliografica. L’inizio è altisonante: «Il quadrilatero di chiostri e biblioteche plasmato dal Bramante a guisa di tonsura sul cranio del monte Cassino domina la battaglia dei germanici contro gli angolamericani e mercenari...».

E poi la fede futurista ribadita nella conclusione: «Forse speriamo l’Italia guarirà/ E se morisse di chi la colpa/ Colpa della numismatica monarchia del passato e della tradizione/ Tradizione uguale tradimento gloria quindi a Cozzarini eroe dell’invenzione.../ Occorre poetare coi mirini di battaglia/ La poesia cannoneggi la mitraglia/ O futuristi che invocaste trent’anni fa un’ardente, alata repubblica originale pregate il buon Gesù che largisca nella strozza del nemico un buon pesce d’aprile a superdentata lisca e nel mio stremato corpo di volontario del fronte russo l’indiscusso lusso di una buona salute al campo».

La salute di Marinetti è invece pessima. La sua uscita dal silenzio smentisce chi aveva insinuato che il fondatore del futurismo stesse facendo il pesce in barile. Il 4 aprile Ezio Maria Gray, che ha sostituito Ather Capelli (ucciso il 31 marzo dal mitra del gappista Giovanni Pesce) alla direzione della Gazzetta del Popolo, rintuzza le velate critiche. Gli fa eco, dalle colonne di Regime Fascista il direttore della Stefani, Ernesto Daquanno, che risponde alle insinuazioni di Crociata Italica: «Gratuita ingiuria».

Ma come per la tragedia italiana, anche per Marinetti l’epilogo è vicino. L’Aeropoema è anche l’ultimo suo scritto pubblicato in vita. Il 2 dicembre 1944 il cuore cede, stroncato dall’ennesima crisi. Postumo esce Quarto d’ora di poesia per la Decima Mas. Dopo il 25 aprile, Mondadori blocca l’ultima opera postuma, Firenze biondoazzurra sposerebbe futurista morigerato, dando origine, scrive Domenico Cammarota nella bibliografia di Marinetti (Skira, Archivi del Mart, 2002) «alla quarantena editoriale, un’ingiusta rimozione culturale durata un quarto di secolo».