1919: gli squadristi scendono in piazza

Quando, nel 1996, invitato dal Rotary al Circolo della stampa per festeggiare i suoi novant'anni, prese la parola per ringraziare, Vittorio Enzo Alfieri si definì «un ostinato», rimasto sempre fedele a un ideale di civile educazione e a un credo di libertà. Era nato il 1° maggio 1906 a Parma. Nel 1925 entrò per concorso alla Normale di Pisa e, pur essendo ancora un ragazzo, non esitò a scrivere al Croce per sottoporgli un lavoro su Hobbes e Rousseau e il problema dello Stato. Croce lo lesse e puntualmente gli rispose. Fu l’inizio di una corrispondenza e di un’amicizia che avranno fine solo con la morte del maestro. Nell’aprile 1928, quando a Milano scoppiò una bomba all’ingresso della Fiera, Alfieri venne arrestato. Rimase in carcere tre mesi e fu poi liberato perché Croce ottenne l’intervento diretto di Mussolini. Laureatosi brillantemente e pubblicate le sue prime opere (il volume su Lucrezio e il saggio su La tristezza di Pindaro), Alfieri nel 1931 iniziò a insegnare al liceo Maurolico di Messina, a collaborare alla Critica e alla Educazione nazionale di Giuseppe Lombardo-Radice.
Nel 1933 ottenne il trasferimento all'istituto magistrale di Modena, ma tre anni dopo, alcune lettere compromettenti, intercettate dalla censura, gli procurarono un secondo arresto. Questa volta rimase in carcere solo quindici giorni e fu Giovanni Gentile a sollecitare il suo rilascio. Fu però destituito dall’insegnamento e, sotto stretta sorveglianza della polizia, dovette stabilirsi con la moglie a Milano, dove piantò le sue radici, tanto da considerarsi un milanese. Durante gli anni cruciali della guerra Alfieri aderì alla resistenza nelle file del ricostituito partito liberale. Diede ospitalità a perseguitati politici nella sua piccola dimora di Menaggio, rischiò in più occasioni la vita. Alfieri si impegnò in prima linea nell’organizzare gli espatri clandestini, l’inoltro della corrispondenza, l’invio di mezzi di sostentamento. Dopo la Liberazione riprese l’insegnamento, prima come incaricato alla Bocconi, poi come titolare della cattedra di storia della filosofia nell’ateneo pavese. Senza perdersi in una meschina rivendicazione di meriti antifascisti, che pur poteva vantare, Alfieri continuò a battersi, nella scuola e nella politica, per i suoi ideali di sempre. Quando, nel 1968, l’ondata contestatrice si abbatté sull’università, egli si trovò in prima linea, resistendo a viso aperto alle minacce, ai sequestri in aula, alle ingiuste accuse di fascismo tracciate sui muri di Pavia. Con altri docenti fondò il Movimento per la libertà e la riforma dell’università (Molrui) e aderì al Comitato nazionale per la difesa della scuola (Cnadsi). Collaborò col Giornale scrivendo limpidi articoli sulla disastrosa politica scolastica di allora, che avviò il declino della scuola italiana.
La morte lo colse improvvisamente a Pejo, in Trentino il 26 luglio 1997. Con lui era la moglie Giuseppina, che per quasi 70 anni ne aveva condiviso ideali, passioni e speranze.