1944, la «mission impossible»

Pubblicato dalla figlia il diario inedito delle spedizioni che il padre e alcuni studiosi compirono a rischio della loro stessa vita

Quello del 1944 fu un inverno particolarmente gelido. Nelle città bombardate, la gente era senza riscaldamento e senza cibo. Al nord già infuriava la guerra civile. Il 13 gennaio di quell’anno due grossi camion partivano da Roma, muniti di salvacondotti tedeschi, trasportando una dozzina di persone. Li seguiva una Balilla nera con a bordo un ufficiale della Wehrmacht. Erano diretti a Urbino attraverso strade ingombre di neve, di macerie, di granate inesplose, sotto l’incubo continuo delle incursioni aeree.
A parte l’ufficiale, il convoglio trasportava persone disarmate, uomini che con la guerra non avevano nulla a che fare ma dovevano compiere una missione molto rischiosa e che, a considerarla oggi, appare assai più importante per l’Italia di qualsiasi missione militare. Riuscirono a oltrepassare Bocca Trabaria, nonostante la neve, e verso le otto di sera giunsero a Urbino. Lì lavorarono come facchini per due giorni (un po’ a Urbino un po’ nella vicina Sassocorvaro) trasportando decine e decine di casse pesantissime che caricavano sui camion con somma cura e attenzione. Ripartirono il 16 mattina, sempre scrutando con ansia il cielo, e non soltanto per la neve. Con questo viaggio «sono state portate a Roma 23 casse di oggetti costituenti il Tesoro della Patriarcale Basilica di San Marco, altre 15 casse dalle chiese di Venezia, 12 contenenti quadri e oggetti d’arte delle gallerie di Venezia, 5 casse con quadri della Regia Galleria di Brescia, 25 con le opere principali delle Marche». Lo scrive Alessandra Lavagnino in uno straordinario, piccolo libro (Un inverno 1943-1944, Sellerio, pagg. 128, euro 9), più affascinante e ricco di suspense di qualsiasi racconto di avventura.
Ecco che cosa andavano a fare quelle persone, sfidando rischi e disagi, fatiche, freddo e fame: andavano a prelevare i capolavori dell’arte italiana, nascosti allo scoppio della guerra nel Palazzo Ducale di Urbino, nella Rocca di Sassocorvaro e nel Palazzo dei principi di Carpegna. Lì erano ricoverati i dipinti di Brera e del Poldi Pezzoli di Milano, dell’Accademia Carrara di Bergamo, i cimeli rossiniani del Conservatorio di Pesaro. Da quei rifugi, non più sicuri ora che le armate angloamericane stavano risalendo la penisola, le opere dovevano essere trasportate in Vaticano, in base agli accordi presi dall’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede con Pio XII.
A compiere queste missioni, in diversi viaggi, sono alcuni «pazzi» capeggiati dagli storici dell’arte Giulio Carlo Argan ed Emilio Lavagnino, affiancati e appoggiati da un gruppo di studiosi e di funzionari dell’allora ministero delle Belle Arti: fra questi Palma Bucarelli, direttrice della Galleria nazionale d’Arte moderna, Giulio Battelli, direttore della scuola Vaticana di Paleografia, Bruno Molajoli ispettore della Belle Arti a Bari, Pasquale Rotondi, soprintendente delle Marche, Italo Vannutelli, economo del Museo di Palazzo Venezia, ineguagliabile protagonista della folle impresa raccontata da Alessandra Lavagnino (figlia di Emilio). E con loro lavorano - insolito sodalizio! - tre tedeschi: il professor Fritz Volbach, archivista in quegli anni presso la Biblioteca Vaticana, il maggiore Gerhard Evers (nella vita civile ordinario di Storia dell’arte a Darmstadt) e il tenente Peter Scheibert, sempre agitato, un po’ arrogante, smanioso di conoscere vescovi e arcipreti, perché è uno specialista di arte paleocristiana.
È veramente una strana alleanza quella che si forma tra i funzionari del ministero (messi ufficialmente a riposo per non essersi voluti trasferire al nord con la Rsi) e gli ufficiali tedeschi che forniscono mezzi e protezione, mentre nello stesso periodo le SS portano via gli ebrei vicini di casa dei Lavagnino e arrestano la sorella di Emilio, aderente al partito d’azione. Eppure la missione procede, mentre la situazione si va facendo sempre più drammatica ed è grazie a quegli uomini che oggi l’Italia può contare ancora su gran parte del suo patrimonio d’arte.
Alessandra Lavagnino, all’epoca quindicenne, ha ricostruito questa storia appassionante e misconosciuta grazie a documenti e pubblicazioni dispersi nelle biblioteche e negli archivi di mezza Italia e soprattutto grazie al diario del padre che con impagabile freschezza e ironia andava appuntando l’evolversi della sua mission impossible. I viaggi furono diversi, da gennaio a maggio, sempre più ardui e rischiosi, sotto il martellare dei bombardieri alleati. Il 24 marzo Lavagnino va con Giulio Battelli a Civita Castellana, Orte e Magliano Sabina: si tratta di trasportare a Roma diverse tele di pregio. Il solito Evers ha fornito benzina e lasciapassare per la Topolino dello studioso. Lo scenario in cui i «salvatori» si muovono è apocalittico: «Orte è impossibile immaginare che cosa sia - scrive Lavagnino nel diario -. Dal terreno che pare abbia ribollito come lava, i binari affiorano e si intrecciano come serpi. Non c’è un palo, un muro, un pezzo di staccionata a posto; non parliamo degli edifici...».
Prima delle spericolate missioni di Lavagnino e soci, un’altra grande operazione di salvataggio era stata compiuta: quella delle opere d’arte contenute nell’Abbazia di Montecassino dove, oltre ai tesori dell’antico centro benedettino, erano state ricoverate 100 casse con 413 dipinti provenienti dalla Galleria di Napoli e tutti i libri della biblioteca partenopea. Scelta peggiore non poteva esserci. Fu il tenente colonnello Julius Schlegel la mente direttiva dell’evacuazione di Montecassino che si concluse il 4 gennaio 1944 con la solenne consegna in Vaticano di 600 casse di libri e 172 casse di opere d’arte.
Ma, come abbiamo visto, molto ancora mancava e quel molto fu messo in salvo con il coraggio e il sacrificio di uomini, mossi da nessun interesse personale o politico. Nulla al di fuori dell’amore per l’arte. Incredibile, per quei tempi. Incredibile per tutti i tempi.