A.A.A. laureato cercasi purché senza master

Se io fossi il direttore del personale di una qualsiasi azienda non assumerei laureati con stage e master e corsi vari di specializzazione nel curriculum. Ci siamo bevuti il cervello? No, e non è solo una provocazione.
E vi spiego perché non li assumerei (con la piccola precisazione che il discorso vale per i candidati con più di 24 anni). Perché il valore del titolo di studio, a differenza di chi pensa che avere in tasca la laurea sia sufficiente per trovare un lavoro degno di lui, non è uguale per tutti. Intanto guarderei dove si è laureato, in quanti anni, cosa faceva nel frattempo (se lavorava per mantenersi - per esempio - guadagna punti). Poi guarderei se è stato un periodo all’estero (e questi sono punti in più). Poi valuterei che tipo di stage il candidato ha frequentato.
Molti di questi corsi post-laurea sono semplicemente dei parcheggi per signorini viziati che pensano di «masterizzarsi» per poi entrare con più titoli nel mondo del lavoro ed evitare la gavetta in azienda. Mentre, in genere (e generalizzo sapendo che l’eccezione conferma la regola e non rappresenta più del 10 per cento dei casi), il corso insegna molta teoria e poche delle cose che saranno poi utili e indispensabili. Inoltre i «masterizzati» arrivano sul mercato intorno ai trent’anni, sono più rigidi mentalmente e hanno (per il fatto di essere masterizzati) meno umiltà, pensano di essere già «imparati» e quindi si sentono frustrati.
Ai trentenni disoccupati, che hanno i loro bei pezzi di carta in mano (laurea, post-laurea, master) e cercano disperatamente di entrare nel mercato del lavoro, il discorso non piacerà. Mi spiace per loro e per le loro famiglie, che hanno fatto sacrifici per farli arrivare fin là, ma è inutile illudere le persone. Invece ogni volta che si commentano le statistiche sui laureati in Italia è sempre il solito piagnisteo e la solita tiritera. Gli ultimi dati sono quelli forniti da Almalaurea (il consorzio che raggruppa 45 atenei e monitora 74mila laureati), pubblicati sui giornali pochi giorni fa. Scontate le conclusioni e i commenti: l’Italia fanalino di coda in Europa, troppi ancora senza lavoro dopo un anno dalla laurea, precarietà, contratti a termine, stipendi da mille euro al mese.
Nessuno che si chieda: quelli che hanno trovato lavoro quanti anni avevano? Quanti anni ci avevano messo a laurearsi? Dove si sono laureati? E mille euro al mese, che sono pochi comunque, pesano meno a un ventiquattrenne che a un trentenne. Ma l’importante è lamentarsi e illudersi.
Rimango in attesa delle vostre lettere di insulto.
caterina.soffici@ilgiornale.it