Abbiamo il diritto di protestare ma senza violenze

Younis Tawfik

La polemica dilaga, come un fiume in piena, e trascina con sé tutti, distruggendo quanto è stato ricostruito negli ultimi anni. C’è da dire subito che i musulmani sbagliano a prendersela fino a rendere una vicenda così banale, alla fine, un affare tanto importante. L’Occidente dal canto suo deve smetterla di comportarsi come se tutto gli fosse dovuto, e come se la libertà fosse una sua invenzione, un valore da difendere fino al punto di calpestare la libertà altrui. Non dobbiamo stupirci comunque della reazione islamica, facendo finta di non capire che si tratta della reazione del più debole, di chi si sente offeso e poi punito perché non ha imparato bene la lezione: è come un bambino, che quando è provocato reagisce o protesta tirando calci e pugni.
Ma che cosa sarebbe accaduto se la situazione mondiale fosse stata questa e se i tempi fossero diversi dai nostri? Ricordiamo il Profeta dell’Islam messo all’Inferno nella Divina Commedia di Dante e illustrazioni di libri del XVIII secolo che lo illustravano con la spada e il volto inferocito. La protesta di oggi non è una reazione spontanea né un evento occasionale, ma è l’effetto di una piena accumulata da anni. Va ricordato il caso di Salman Rushdie quando la neo repubblica islamica di Khomeini sfidò a braccio di ferro la Gran Bretagna, che allora si schierò a fianco dello scrittore difendendo la sua libertà di espressione e di pensiero. Anche allora, tra i milioni di persone che protestavano in tutto il mondo, c’erano pochissimi che avevano letto il libro. La reazione era semplicemente politica, un esasperato tentativo da parte musulmana di affermare una identità culturale messa a dura prova.
Infatti, non è stata la vignetta a offendere i seguaci dell’Islam, ma l’oltraggio ad una identità tra le più radicate e più forti. Agli occhi degli occidentali sembra ridicolo tanta rabbia per un disegno, ma per un musulmano è stato deriso il proprio modo di vivere, la propria filosofia e la condotta di bita perché, in fondo, è attraverso la Sunnah del Profeta «ovvero i suoi fatti e detti» che il musulmano trova il poprio codice morale ed etico per diventare migliore e arrivare alla santità.
Il conflitto di oggi è tra due mondi che sembrano così vicini ma in fondo sono molto lontani. Un mondo che ha lottato per costruire uno spazio libero ed illuminato mettendo l’uomo al centro del mondo, con tutti i suoi diritti, ma che ha perso le misure e il senso della sua libertà, perchè ha dimenticato che la libertà deve avere dei vincoli etici e morali per non ferire o calpestare la libertà altrui e che nella stessa libertà sta la forza del diritto a credere anche nei simboli religiosi. Nessuno ha il diritto di usare la propria libertà per offendere un patrimonio collettivo pretendendo che l'altro accetti e senza aspettare le sue reazioni. Dall’altra parte anche i musulmani devono trovare altri modi per confrontarsi con l’altro ed accettare le sue opinioni senza ricorrere spesso alla violenza che produce soltanto disastri e fa passare chi è di ragione al torto.
Molti segnali mettono in evidenza i lenti cambiamenti che stano sconvolgendo una società tanto conservatrice come quella islamica: un giornale giordano, Shihan, ha pubblicato - è questo accade per la prima volta- le vignette sataniche pubblicate in Danimarca rimettendo in gioco la carriera del direttore. Un atto tanto coraggioso anche se incompiuto significa che qualcosa sta succedendo, ma resta da dire che non si insegna la libertà e la democrazia con l’oltraggio e la messa in ridicolo della religione, cosa che la società moderna in Occidente sembra ritenere normale. Non è questo il modo migliore per trasmettere agli altri i nuovi valori del mondo illuminato.